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Un’affezione terrea per un percorso di segni

Si innamorava delle canzoni. Si infatuava di singole parole come se cercasse qualcosa di più leggero di quella zavorra che era la sua anima. Sentiva che sarebbe finito per elemosinare un quarto di anima perdendosi nel labirinto dei vicoli sporchi e malsani della kasbah identitaria. Un’inutile rincorsa alla quiete per sfuggire a un malessere endemico. Sforzando di seminarsi, cercando di schivare il giudizio impietoso di quell’uomo migliore che avrebbe potuto essere e provando a eliminare dalla mente il riproporsi di quella scusa assurda di essere solo l’ultima inerme vittima di una moderna neo-entropia meschina, un’entropia abusata come la  storia della fisica non aveva mai conosciuto, nè teorizzato.

Si sentiva cadere nel vuoto pur avendo i piedi ben saldi sulla terra. Avrebbe voluto esplorare il pianeta solo per cercare qualcun’altro che percepisse quella vertigine permanente, quel monito di caduta perpetuo, come una voce confusa tra minaccia e lusinga. Sentirsi in quel modo. Non solo scacciato da qualunque luogo di requie ma anche accolto in rari avamposti di umanità dispersi in questi tempi grigi, tempi di aneffettività generalizzata dove si confondeva l’odio con l’amore e il viversi con l’essere consumati. Voleva solo coltivare la presunzione di riuscire a trovare luoghi – anche solo mentali – dove sentire affetto e non percepirsi, come sempre, infetto. Con la lucidità mentecatta, folle e oscena di riuscire ancora a concepire l’utopia di conoscere un giorno risposte differenti – neanche soddisfacenti, solo diverse – a domande stranote che tutti si ripetevano annoiati.

Si trattava di solcare strade svuotate dal panico di sentire in esse una direzione, riuscendo a ignorare bordi  che attraggono come porti salvifici e navigando i margini consumati da mani disorientate da instabilità corporee. Un consumarsi su percorsi antichi, vie desolate dove consumare il sé per cavarne lo stoppino e non per agonizzare nella promozione della cera. Avrebbe continuato a cercare qualche succedaneo di occhi di madre amorevoli, per consolare i suoi antichi, irrisolti, terrori di bambino, perché la crudeltà adulta lo aveva stremato, sopratutto nella consapevolezza di appartenere a essa.

Si poteva sopravvive da marginale, risucchiato in un universo senza centro, accettando la necessità di cadere nel fascino di un passato fatto di segni, bisognoso di una narrazione di quella storia minima che si può rintracciare nei vocabolari e nei canzonieri. Luoghi di memoria completi con una genesi e un’apocalisse senza operatori di Sistema. E, in mezzo, un senso dato dall’intervallo tra i due momenti. Nulla di appeso, anche se andava a caccia di significati per vedere, infine, solo consolidato il senso di perdita non sui singoli atomi, che riusciva a cogliere, ma sull’infinito ∞ delle particelle, che non riusciva neanche a concepire.

Quel terreno aspro, nell’apparente aridità, nella sua palese impotenza e ottusa inutilità, era una base, era solido come solo le cose basiche e reali sanno essere. Una certezza terrea. Quella strada la conosceva bene, ogni singola pietra gli raccontava di altri passi incerti, di ostacoli superati con fatica e disperazione, di polvere fuggitiva da venti implacabili.  E, nonostante le deviazioni, oltre le frane, sfuggendo alle imboscate, a quel percorso si sentiva appartenere senza dover umiliarsi nel presumere un destino al viaggio. Quella confidenza, quella straniata consolazione, sembrava concedergli la possibilità non morbosa di fermarsi lungo il percorso e osservare la follia asciutta degli aspiranti emulatori, fermi, silentemente, ad aspettare lo scorrere del conteggio sul ponte dei suicidi dove campeggiava una scritta con il numero aggiornabile: “Dall’inizio: 489”.

Indice di leggibilità: 46

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  1. Arnicamontana
    18 marzo 2011 alle 22:29

    riemergo per un saluto caro Prog, non ti si può leggere tutto d’un fiato e magari torno. per ora mi fermo al verbo al passato, come un ricordo riacciuffato e fermato.
    un abbraccio grande

    • 21 marzo 2011 alle 19:10

      Sai bene che qui ricordi e passato sono sempre presenti. Prendi il tuo tempo.

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