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Nell’atto di affogare in un silenzio asincrono

 

”A glimpse of freedom” - Sydney CBD

 

La promenade è senza fine perché il confine è il mare, e il mare oggi è liscio e sembra un tutt’uno con il cielo e con il lembo di cemento. Le gambe che vanno da sole anche se la testa non sembra funzionare incastrata in ingranaggi che nessuno sa spiegare, così i passi sono certi e i pensieri no. Si scivola parallelamente alla linea liquida e ci si chiede quando fu la prima volta che ci si scoprì con la testa mozzata, decapitati di un corpo martoriato che non si può più riconoscere. Un contrasto netto tra l’aria dolce di marzo è l’amaro affondare in derive mentali.

Crepacci interni per annichilirsi, forse, perché si vorrebbe annichilire questo tempo interrotto, questa cadenza senza ritmo, come un asincrono che strania il flusso tra la voce che urla e le labbra che si contorcono. Tutte le volte che si ripensa al disappunto della prima volta che si capisce di aver fallito – e la prima volta fa più male di tutte le altre – anche se non ti importa, non ti importa di nulla anche se fa male. Ma nessuno lo vuole sapere. Non bisogna chiederlo perché non esistono parole per spiegarlo ma solo silenzi per nasconderlo. Si guarda e si passa, tutto così distante che non si riesce a concepire comunanza in questa minaccia continua di possibili collisioni mentre si auspica un eterno parallelismo di paure.

Come in ricerca di tracce, tracce mai esiste, sostanze scomparse, flebili liquidi inglobati in oceani. Niente da dire, né da fare, nessun posto dove stare solo il piacere di insultare come se la rabbia servisse veramente. Si alzano le mani per raddrizzare la linea del mare, si alzano le mani per invocare apocalissi che travolgano anni perenni che sembrano l’unica cosa che non ci vuole abbandonare. Gli occhi aperti per captare il blu, la bocca chiusa perché l’ascolto è un oblio, i piedi obliqui per non cadere in un percorso che si inclina con i pensieri. Una volontà annientata mentre il mare è muto come le persone, azzerate dal clangore claustrofobico delle urla di demoni furenti di odio. Tutto fa schifo, tutto è inutile c’è solo disaffezione e premorienza. Si abdica dal sentire perché non c’è alcuna vetta da scalare ma solo una da cui crollare.

Pare che qualcuno ci abbia abbandonato alla cura maligna delle nostre stesse mani amputate, con un cuore che è solo un disegno in una pagina scolorita di un tomo di anatomia nascosto in biblioteche avite. Ci abbiamo pensato e non abbiamo capito. Non vogliamo più provarci, né caderci. Non vibra nulla, solo un nulla atonale che rintocca il silenzio, donando silenzio al silenzio che ci ruba la vita, un giocattolo desiderato che diventa il balocco devastato dalla crudeltà di un dio imberbe, campi minati per ciechi.

E quando non sarà il mare sarà il tuo male, e quando non sarà il cielo sarà il tuo evo. E si trema ma la terra rimane salda, indifferente alle macerie interiori che non riescono a riconoscersi nei riflessi della luce sull’acqua. Ma c’è qualcosa che galleggia sopra tutto questo pantano, in questo scherno di sé stessi, in questo tormentarsi demiurgico. Qualcosa che offende l’equilibrio rotto di una stasi sul mondo, un ritrovarsi in giorni rovinati che consente di perdersi ancora e sentirsi affogare lungo quel confine mutevole, andando a fondo senza smettere di respirare.

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  1. 22 maggio 2011 alle 00:09

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