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Parole chiave dell’evoluzione circolare dello smarrimento

Post dopo post, di ripetizione in ripetizione sembra di avvicinarsi a qualcosa che invece rimane lontano, distanze interiori che le parole non sembrano colmare. Le distanze difensive da ogni cosa per preservare qualcosa di cui non si è proprietari. Le parole chiave che si ripropongono anche se non vuoi.

Il vuoto,
le cadute,
il sangue.

Un sobrio non disturbare appeso sulle pareti craniche cercando di scavalcare delle barriere mentre se ne costruiscono altre di più imponenti. Come se insidie parallele al significato nidificassero nelle frasi precedenti, come se il titolo fosse l’assassino di ogni svolgimento, come se la presunzione di poter esprimere fosse la fossa dell’espressione. Ponendosi la domanda: perché sono qui? Ed è tutto inutile in un mondo che concepisce solo l’utilità, un qualcosa che non serve per masse gioiose che cercano invece soluzioni pratiche, un gioco di retorica per manichini frettolosi forniti del solo dizionario base, un indovinello senza soluzione per solutori meno abili del previsto. Una Stalingrado dentro.

Il respiro,
l’assenza,
l’incorporeità.

Cercandosi sempre negli stessi angoli dimenticati fingendo che l’oblio sia una condizione caduta dall’alto e non una mesta tattica di conservazione. La direttrice della confusione per continuare a naufragare cercando di ignorare che la gloria della sconfitta è una consolazione caduca. Negando per affermare. Condannando per liberare. Nella noia di non aver nulla di comunicare, nel gioco di trovare un modo diverso per farlo, nella rinuncia vigliacca a conquistare, nella prosopopea disperata che cerca un valore, nel tedio mortale dell’incomprensione.

Gli inganni,
gli spezzati,
le parole vuote.

E quel bisogno di silenzio assalito da una successiva volontà di spiegarlo con un profluvio di rumore – tutto è noise – e quel fremito di mettersi in pausa defraudato dalla voglia cronica di non lasciare depositare i vuoti dell’esistenza. Pari è l’orrore per la stima e per l’indifferenza. Solo un infantile esaltarsi e deprimersi in necessità autoreferenziali.

La fuga,
la nostalgia,
la solitudine.

Del perché poi qualcuno necessiti di tanto questionare è una domanda lecita a cui non si trova risposta. Riflessioni a voce alta, istantanee di dubbi come boomerang di quanto si scrive, una meta-scrittura forse inevitabile viste le premesse che esigono un intransigente messa in discussione dei postulati. Cose da esasperati, questioni da ossessionati, rovelli da ansiosi egomaniaci.

Le lacrime,
l’anaffettività,
l’impersonalità.

Analisi su analisi, post dopo post, parole che si accumulano su altre parole, parole che si svuotano di senso nel loro ermetismo o nel loro buffo inseguirsi l’un l’altra per cercare un senso della precedente, parole che mancano il bersaglio, che partono colorate e arrivano in biancoenero, parole che raccontano di non saper raccontare, parole che spiegano altre parole in vortici definitori, inseguimenti di metafore per seminare i significati. Messaggi nascosti che rimangono tali, indizi che nessuna avrà la voglia di raccogliere, riferimenti pretenziosi che annegano nella loro stessa inutilità. Parole che vogliono dire quello che non si vuole dire. Ancora altre parole per scriversi addosso un manifesto di smarrimento, sperando che ci sia un fondo da toccare.

Indice di leggibilità: 48

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  1. 8 marzo 2011 alle 18:05

    non credo nel fondo, però mi piace quell’idea di Archimede che riguarda i corpi sommersi… un buon principio.

    • 8 marzo 2011 alle 18:25

      Per riemergere bisogna essere vuoti… forse c’è speranza.

  2. 9 marzo 2011 alle 09:34

    Non proprio, bisogna considerare il fluido che si sposta. E poi c’è sempre Einstein con la sua relatività e anche questa è una gran cosa. E poi la speranza un pò spaventa, non so se riuscirei a guardare a questo termine positivamente.
    E poi e poi e poi.

    • 9 marzo 2011 alle 17:45

      E poi la fisica non è il mio forte, e poi era una speranza sarcastica, e poi nessun termine mi spaventa. E poi a Stalingrado non c’è acqua…

  3. 10 marzo 2011 alle 09:29

    Mh.. quella roba dell’acqua la dici perché sono una sirena? Io nuoto anche nei fiumi, volendo anche il Don e il Volga (qui ci sta una piccola smorfia divertita).
    La speranza spaventa quando è necessaria per andare avanti ma si ha una natura che si nutre di consapevolezza, da qui lo scontro degli estremi.

    • 10 marzo 2011 alle 17:40

      Al di là delle tue fogge sirenoidi parlavo di acqua come elemento necessario per essere sommersi, i fiumi non li calcolavo. In ogni caso le teste mozzate non hanno confidenza con alcun fluido e non hanno speranza nè di galleggiare, nè di affondare.

  4. 10 marzo 2011 alle 18:52

    Caspita pensavo fosse una battuta sull’immagine della battaglia la tua! :-O
    E vabbè, mi sono astratta oltre.

  1. 16 marzo 2011 alle 09:01

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