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La dissezione della grammatica del corpo

Collage: Progvolution

Fuori controllo ignori l’abbandono come se potessimo essere vivi, spensierati, ma questa epica cresce, ti travolge perché non c’è niente oltre me, oltre il confine di un corpo fatto a pezzi, scomparso, bruciato sul rogo dell’invisibilità, nulla che meriti di essere citato dal grande abbecedario che insegna la punteggiatura di ogni comunicazione verbale, paraverbale e non verbale, senza mai pensare alla noia di essere compreso e non badando all’incapacità di esprimersi mentre il cuore è solo un orologio fermo, il mondo un piedistallo delle nostre movenze, ma se qualcosa fa ancora male vuol dire che esiste ancora qualcosa a cui appellarsi affinché faccia male, un corpo sezionato da usare come bussola per tempi di confusioni, epoche che non capisci e che sembrano averti gettato – solo – nell’incubo nero dell’universo profondo e lì, perduto nel freddo interstellare, poter pretendere, senza protesta di alcuno, di scomparire, rendendo quegli appigli, che sono le speranze, dei semplici ganci per il cappio e  fluttuare in galassie sconosciute senza punti di riferimento se non quello di un tempo non calcolabile e non frazionabile in unità atomiche, una semplice variabile di una formula fisica nella quale immergersi e aspettare un regno, uno qualunque, che sarà spoglio, che sarà l’ossessione, che sarà una puttana di cuori, come marciapiedi sporchi di fango mentre fuori infuria il gelo della bora più furiosa, ma tu non c’eri, eri troppo solo per esserci, esattamente come dIo che c’è, ma si sente solo in spazi siderali che ha scoperto troppo grandi per una gestione oculata sopratutto verificata stocasticamente una straziante abulia di umanità, in questa completa impotenza che rende inutile il seme, in questa anoressia assoluta che scopre le ossa ed esalta gli spigoli, con questa febbre senza scampo che rende fredda ogni sensazione tattile di una mano inferma su un cieco contorno insensibile, muta sulle progressioni orizzontali, sorda alle cadute verticali, con i crampi urticanti che non permettono di toccare il terreno ma solo di provare a sbattere vorticosamente le braccia proprio sul cornicione sporco di merda di piccioni che bombardano l’alterigia delle statue equestri dei santi che schiacciano serpenti che mangiano il peccato che viene simboleggiato da una mela che la mano di una donna peccatrice – che si copre le pudenda – offre alla debolezza della bocca dell’uomo mentre l’occhio triangolare di dIo guarda compiaciuto, ma a noi, secoli dopo, tonnellate di guano dopo, tre restauri dopo, a noi dentro quella piazza non interessa più nulla, non più, fa troppo male, anche solo aprire gli occhi verso la menzogna prezzolata dell’arte, meglio piuttosto voltare le spalle ai simboli umani e lasciarsi andare al blues della pioggia di un cielo carico, gonfio di odio come i nostri cuori affaticati da troppe cose belle, come anche può essere splendido un pensiero che lascia i punti alle fermate del pensiero credendo che non deve esserci un senso generale ma solo uno particolare per ritrovarsi a contare le lacrime per la pochezza del proprio pensiero e i brividi per la mancanza di denuncia civile mentre si affoga in fatti personali conditi di sensi di colpa verso la propria formazione intellettuale per poi trovarsi a considerare che questo drama vomiti pathos solo sulle teste retoriche e, infine, non rimanga altro che il brullo scadere nella maniera e poi la censura non serve a a un xxxxx e ti senti alla frutta mentre esperimenti, per l’ennesima volta, i limiti che ben conosci, cercando qualcosa che non sai, per un motivo che non hai ben presente, con un obiettivo che ti è oscuro, vorresti lasciarti andare all’irrazionale riuscendo a fare tabula rasa di tutte le regole che cerchi di rispettare per farti rispettare anche se sai che poi vinceranno loro, perché hanno sempre vinto e sempre vinceranno, perché sembra che così debba essere almeno quando ti trovi in quei lunghi momenti in cui pensi che l’unica vocazione sia perdere perché non c’è nulla da vincere seppure dopo anni ritrovi in grandi costruzioni di pensiero intuizioni che pensavi di aver avuto ma non sei più sicuro di avere, così, spontaneamente, rallentano i battiti e si insinua il cervello, che elargisce parole sulla base del suono della loro pronuncia, come un avaro nel giorno della festa di fronte ai portali dei luoghi di carità, mani tozze che lasciano cadere qualcosa solo verso alcune delle mani scheletriche che si allungano, occhi caritatevoli che inchiodano occhi supplichevoli, comunque cornee del cazzo, occhi di squali appena appena più evoluti, e ancora altri pezzi di corpo che cercano una collocazione, organi interni che vogliono schizzare fuori mentre la pelle controlla ogni tensione come un dittatore impone la propria brutalità sui confini del suo stato, la rivolta del cervello viene repressa nel sangue iper-ossigenato e il vuoto terrore del manichino riprende il suo roseo, rassicurante, incarnato di vitalità. Punto

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  1. 16 marzo 2011 alle 09:01

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