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Appena oltre l’epidermide la meraviglia velata di un malessere diacronico

Foto: Progvolution

Questo è il centro del mondo. Il compasso è acuminato, piantato profondo nella carne molle della transustanziazione, ma il raggio non è ampio come prometteva l’illusione. Il linguaggio della civiltà. Il cuore di un impero che non è mai esistito, il letto brullo di un fiume di sangue di schiavi dal colore brunito. Le mani sfiorano i volti metallici delle volte, progressioni architettoniche per giungere al vuoto più evoluto che mente umana possa idealizzare. Più mi riempi e più mi sento vuoto. Espressioni di isola sulla terra ferma, messia di cristallo sotto il cielo giallo, conosciamo l’idioma arcaico che ci consegnerà il potere di scalare l’argento delle nubi, quella facoltà desiderata e finora mai posseduta. Ma giunge un’ora in cui i mai diventano il passato e i desideri diventano irrefrenabili tra schiavi che sanno di essere intimamente liberi, anime in gabbie che avevano sbagliato ma ora sono convinte di avere ragione.

I passi nell’erba, passi con vita propria, passi che non si possono contare nel cammino senza fine che conduce tra gli spazi, delimitando linee intersecantesi in giochi di luce, inganni provvisori di ottiche future. Il linguaggio dello spazio. Le parole non conoscono più ragione perché questo è il linguaggio del colore e conta solo il segno, la traiettoria aerea del suono, la vibrazione obliqua che nasconde l’orizzonte a occhi stanchi di riconoscere. Un maestoso umiliarsi dove ogni segno di bellezza ti taglia dentro, ti indebolisce.

Camminando nel passato del regno irresponsabile di massacri non te ne puoi accorgere sotto la bonaria egida della storia teleguidata. Il linguaggio della storia. Si sfiora la spada e brilla di fuoco, rispecchiando una coscienza nuova di zecca, un’onta immacolata di cui non ci si vuole spogliare. Siamo tutti degli scomparsi in una lunga agonia festosa in strade inghirlandate, tappeto di fiori per parate di dominio, la bellezza cava di truffe estetiche in marcia anestetica e in amnesia frenetica. Superstizioni acclamate da solitudini affollate su percorsi pericolosi, ammorbati e caramellati. Mostrerò vistosamente il mio coraggio agli occhi fessi di due tonnellate di imponente terrore.

Sopra noi insiste un cielo di morte, pur brulicando sotto, freneticamente, una qualche forma di vita, macerie a flussi da 1.800 battute dove ogni cosa è deceduta eppure continua a respirare mentre la folla si accalca sulla piazza centrale, spingendo per la prima fila, sperando in tragedie collettive, vogliosa di crolli di palco, schiacciamenti da ressa, provocazioni di ubriachi, scippi, taccheggi, molestie sessuali. Il linguaggio della società. Spingendo il concittadino innanzi a te per recriminare sul suolo, una proprietà pubblica che deve divenire privata. La gara per respirare insieme la stessa aria. Forse del sangue ci purificherà.

Le leggende raccontano bugie e si vedono persone assieparsi per la distribuzione del pane, altre per lo spargimento di fede a tradimento. Il linguaggio dell’appartenenza. Ho fame, mamma, ho tanta fame. Corriamo per non perdere l’inizio del teatro delle pulci giganti gestito da nani: non si prova pietà quando riesci a ridere così come non provi ilarità quando sei commosso, sempre e solo una questione di direzione e di guida. Altri scalini, altri segni del tempo inglobati, cancellati, restituiti al legittimo proprietario. Si cade dentro la vecchia trappola, fatta di mura e di significati. Immagini che si moltiplicano, retine appannate mentre la leggerezza ci opprime. E neon illuminati e cristincroce spenti, fasti falsi e orgogli provinciali: la forza centripeta umilia quella centrifuga. L’altrui gioventù è solo nella nostra vecchiaia, menti troppo vetuste per farsi illuminarsi da profezie tecnologiche, barbarie antiche ai confini del virgulto dell’impero nascente.

Polemizziamo sui nomi dei dettagli della nostra creazione, rabbia senza ragione, prostrazione senza religione. Essere in prima fila per accaparrarsi i posti migliori per lo spettacolo della fine, quando l’intera verità universale verrà infilata senza attrito in una minuscola teca di cristallo e tutta la presunzione di sana follia sarà fatta svettare su uno schermo di umanità e verrà illuminato da luci artificiali con la sapienza trasformata in feticcio per gente semplice che non riesce a vedere le gocce dentro gli oceani. La linea rosa è più lunga della profondità del nostro campo visivo mentre il vento teso assedia gli argini della fortezza bianca, onde basse e potenti rileggono il passato come se esistesse un futuro già scritto. Il linguaggio dell’identità. In ogni limite una possibilità, in ogni possibilità un limite. Bellezza e abominio, stati di confusione permanenti. In questa dialettica, perdersi o trovarsi.

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  1. 16 marzo 2011 alle 09:01

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