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Con solo dieci battiti gli occhi si chiudono sull’abisso della città in rovina

Le vessazioni del pensatore

E fu così, improvvisamente, che ci trovammo spaiati, io di qua e tutti gli altri in fila a curare l’assedio alla mia città. Dopo un’intera vita a cercare di vendere l’anima, adesso, mutato repentinamente il vento, non sapevo dove andare a scovarne nemmeno un brandello per soddisfare quelli che un tempo avevo considerato salvatori ma ora percepivo come un branco di iene fameliche. Tanto tempo investito a sforzarmi di essere appetibile per ritrovarmi, alla fine della storia, a essere sbranato. Dicevo uno per l’odio, due per l’amore.

Andavo in giro a cercare me stesso perché non avevo bisogno di nessuno e anche perché avevo fallito tutti i miei tentativi di essere essenziale per chicchessia. Vagavo attraverso la concretezza del grigio cercando di trovare qualche tatuatore compiacente che potesse fare il lavoro del chirurgo plastico che non potevo permettermi. Non mi pareva di chiedere nulla di particolare ma sembrava che nessuno avesse voglia di cancellare le impronte dalle mie dita. Dicevo tre per la confusione, quattro per l’anaffettività.

Non è che fossi latitante, la realtà era che la colpa era loro, di quell’assurdo vaneggiare. Loro che dicevano domani, loro che sottolineavano il futuro, loro che garantivano l’avvenire. E invece no, niente di tutto questo per me che non sapevo se mi sarei svegliato vivo l’indomani mattina, che non avrei potuto garantire di resistere alla tentazione di provare ad impiccarmi a un metro dal suolo con mezzo metro di corda. Alla fine sapevo che non l’avrei fatto per il semplice motivo che provavo un fascino morboso per la sfilata degli storpi, un’attrazione per quello spettacolo drogato tale da giustificare da solo l’appellarsi ipocrita allo spirito di sopravvivenza. Dicevo cinque per l’indifferenza, sei per la crudeltà.

Io avevo bisogno proprio di questo, di un modo per pronunciare diversamente il mio nome o, da un altro punto di vista, di qualcun che avesse il coraggio di chiamarmi con un nome non mio. Confondersi definitivamente in un’unica soluzione indistinta, camuffarsi nella massa per assumere fogge anonime e lì essere riconosciuto, disvelato e portato in trionfo nel tripudio dei bambini, ma non scoperto nella mia vera essenza ma in qualcosa di altro da me, qualcosa che non mi appartiene o a cui penso di non appartenere (se esiste una differenza). Dicevo sette per l’inganno, otto per le solitudine.

Un déjà vu, devo avere già vissuto tutto questo in altre coordinate. Questo desiderio di appartenenza massacrato dalla mediocrità, un senso di disaffezione generale che nasconde solo la delusione per la meschinità. Ma adesso provate a fregarmi con queste dita abrase, con questo volto annullato, con questa voce tramutata. Ho fatto per intere settimane trasfusioni di sangue affinché non rimanesse neanche una stilla di quello originario. Scivolo lento e non mi vede più nessuno, taccio e giro l’angolo più in fretta che posso, non vedo e non sono visto, non dico e non sono ascoltato. Molti pensano di scorgermi e sono quasi tentati di salutarmi ma il cambiamento è talmente radicale che desistono. Alcuni pensano di avermi riconosciuto, anzi dentro di loro pensano di conoscermi come nessun altro e proprio per questo, per giusta paura, tacciono e fanno finta di non sapere chi sono. Dicevo la fine è vicina, dicevo il linguaggio è una guerra, dicevo i solitari si raccontano lunghe storie per sentirsi meno derelitti.

Mirabili architetture di timore si stagliano invitte a difesa della mia città ma il nemico è già entrato. Il sacco è imminente ma io ho scovato nottetempo un tunnel segreto da cui fuggire prima dell’alba. Fuori di qua, rivestito di stracci e una strada davanti, sono orribilmente libero. Dicevo nove per l’infelicità, dieci per l’abisso.

Indice di leggibilità: 51

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  1. 25 febbraio 2011 alle 08:41

    Una città assediata e un uomo solo, indurito dalla solitudine, che presumibilmente si salva condannandosi all’infelicità… Una bella metafora della nostra società, ma forse non è l’unico che si “salva”: tanti pensano segretamente di farlo e di aver trovato un tunnel nel uscire dalla città assediata…

    • 26 febbraio 2011 alle 19:03

      Io credo nelle metafore, anzi è una delle poche cose in cui credo. Mi piace che le cose non siano definite, che si completino di elementi esterni a chi li scrive. La tua interpretazione regge anche se io intendevo altro. Noto solo che il tunnel ti porta da una prigione a un’altra, variandone solo il perimetro.

  2. G.
    25 febbraio 2011 alle 13:01

    Grideresti 11 spiegando le ali?
    Un abisso è opportunità rara che mica tutti si sanno procurare.
    Un solo battito serve per spiccare il salto. Uno.

    • 26 febbraio 2011 alle 19:08

      Mi hai fatto tornare in mente un noto passo di Kundera. Il problema è la vertigine. C’è un universo di distanza tra chi di fronte all’abisso guarda verso il cielo e chi si atterrisce fissando il vuoto. Però non avevo mai considerato che fosse un’opportunità, questo concetto mi spiazza forse perchè il salto rimane uguale, poi diventa un fatto di fede lato sensu e io con le fedi non vado d’accordo. Dicevo 11 per le mie ali spezzate…

  1. 6 marzo 2011 alle 09:53

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