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La notte in cui la Bellezza tracollò sconfitta dalla realtà

Changing Place, Changing Time, Changing Thoughts, Changing Future

Un giorno la Bellezza bussò alla mia porta e io non l’attendevo e non l’avevo cercata. Brillava di luce propria ma la lucentezza che squarciava il buio mi infastidiva più che riuscire a essere guida e chiarimento e mentre si diffondeva quella luce mistica io trasecolavo nel scoprirmi meschino a desiderare solo una luce neon sotto la quale sforzare gli occhi per leggere nuove pagine di abiezione. Prometteva integrità ma per la prima volta provò il brivido dell’orgoglio degli spezzati. Portava un mantello di purezza assoluta ma io provavo nostalgia delle notti a congelare al fuoco della miseria. Povero il mio cuore di tenebra, disgraziati i miei occhi lenti.

Effondeva tutti i canoni estetici immortali, in ogni sua movenza albergava un secolare ritmo classico, accanto a Lei sentivi librarsi grazia e devozione ma io avevo paura di quello che provavo perché io volevo confusione, dubbio e atrocità. Donava abbondanza e io mi contorcevo di rimpianti per la fame. Imploravo la distorsione del suono e la contaminazione della terra. Volevo travolgimento, oppressione, violenza e abbattimento estetico. Non volevo sorrisi ma lacrime e in Lei vidi lo sconcerto. Povero il mio cuore abbruttito, infami i miei occhi stanchi.

Giungeva inviolata e declinava i verbi all’infinito mentre a me continuavano a mancare le parole e sentivo schiacciarmi del peso delle mancanze del povero alfabeto che mi portavo in spalla. Volevo indietro le mie parole vuote, il vacuo balbettio del presuntuoso, lo squallido violentare il buon senso del parlato. In Lei ogni concetto del mondo, in Lei ogni profondità e ogni finezza. Ogni sua parola godeva del crisma della certezza e della piana autorità incontestata ma io ambivo solo al mio grezzo approssimarsi alla superficie delle cose, legato amorevolmente a quella incomunicabilità che mi dava un senso perché tutto in sé racchiudeva. Tutto era stato detto, nulla capito e io volevo solo restare zitto, crepare con il mio segreto, maledetto da tutte le finzioni delle divinità. Ma Lei che conosceva i segreti arcani dell’universo creato pareva non volere disvelare il mio. Povero il mio cuore analfabeta, sgraziati questi occhi muti.

Portava seco ogni arte umana, ogni saggezza imperitura, ogni illuminata bontà ma io volevo solo confusione, tagli sulla tela, macchie, abrasioni, espressioni dell’inconscio senza guida. Alla sua razionalità euclidea opponevo un desiderio di bestialità irrazionale, di apertura delle gabbie, di invocazione dei fantasmi. Mi sentivo incapace di rinunciare alla mia debolezza, travolto dalla cattiva abitudine di zoppicare, inciampare e cadere. In Lei ego, es e superego erano fusi in un’unica entità senza più conflitti ma io volevo essere dilaniato dalla modernità e divorato dai cannibali miei consimili. Volevo il caos per scacciare l’allucinazione dell’armonia. Povero il mio cuore di cristallo nero, assurdi questi occhi affascinati dall’abisso.

Tanto più grondava gioia tanto più mi incupivo, aggredito da una depressione incarognita dal suo sentirsi minacciata. Tanto più si avvicinava spargendo felicità tanto più mi emaciavo e mi sentivo troppo debole per abbandonare ai ricordi la mia infelicità. Non ero pronto ad altro, volevo cacciare l’agonia di stare bene e la malattia di sentirsi euforici. Avrei lasciato ad altri l’oblio e la deriva della tranquillità ergendomi tronfio della vanità di una malattia che non vuole essere debellata. Povero il mio cuore di gomma, odiosi occhi che non vogliono chiudersi.

Si muoveva in gesti sicuri ma io sentivo che il mio scheletro pretendeva solo di trascinarsi stancamente, dondolandosi nelle ansie dei movimenti incerti, dei passi tremanti, del terrore di cadere. E mi parse più straordinaria che mai in quanto io ero mediocre, ma anche con questa consapevolezza sentivo l’orgoglio del servo, la concretezza della terra contro il vuoto dei cieli empirei. Veniva fastosa e irresistibile eppure qualcuno poteva resistere. Poveri i miei occhi ingannati, inutile cuore balordo.

Un giorno la Bellezza implorò sul mio uscio accusandomi di follia ed empietà ma io non ci cascai e la cacciai via.

Indice di leggibilità: 51

(liberamente ispirato da una certa discussione, dalla visita a un certo museo, dalla lettura di un certo libro e dall’ascolto di un certo concerto)


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  1. 21 febbraio 2011 alle 19:36

    Non ti ha avvicinato Bellezza, ma solo Tentazione: in vera Bellezza non può esservi perfezione ma, al contrario, contiene sbaffi e punti velati. Le linee apollinee sono asettiche e prive delle dimensione di profondità: appartengono al mondo su una tela, ma non alla vita.
    Comunque, nel dubbio, potevi almeno invitarla per un simpatico drink!

    • 22 febbraio 2011 alle 07:57

      O Lei (chiunque essa fosse) ha ingannato me o io ho ingannato Lei, a te la scelta (in ogni caso non era il mio tipo quindi nessuna confidenza, meglio restare lucidi, a fortiori di fronte a Tentazione).

  2. G.
    21 febbraio 2011 alle 22:09

    Hai fatto bene a respingerla. Se fosse entrata poi se ne sarebbe andata, e saresti morto.
    Ma non sei ancora un sopravvissuto.

    • 22 febbraio 2011 alle 08:00

      Non avevo pensato alle conseguenze, ma hai ragione. Sono stato salvato da un larvato istinto di sopravvivenza. Da ciò a essere vivo lo iato è possente.

  3. 24 febbraio 2011 alle 10:54

    Passando. Piacevolmente.

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