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Accumulazione monocromatica di loop (rep. P477)

6 febbraio 2011

Segni che non verranno raccolti, relitti che vagheranno per anni luce nel gelo degli spazi siderali. Un’inaspettata simpatia per il principio di diluizione che può salvare dalla saturazione velenosa delle parole vuote in una stanza piena. Tic, tac… l’orologio segna 4 anni meno un quarto. Migliaia di giorni di degenza in cui ogni volta che non sapevo con chi parlare inventavo un interlocutore immaginario da prendere in giro, da ingannare solo perché mi convincevo che il suo affetto me lo avrebbe permesso. Non buono, né cattivo, solo disperato, perché quello che tormenta non non sono le ferite che puoi rimirare allo specchio, ma le lesioni dentro, le cicatrici invisibili, i fantasmi che aleggiano promettendo di andarsene senza farlo mai.

Ho problemi a ricordare i visi ma è anche una salvezza perché tendo a dimenticare i ritratti di un tempo che non c’è più e che perciò non voglio riavere a schiantarsi di nuovo su di me, sulla mia insanità che non ha dimensione e nessun colore; pezzi di me monocromatici, nell’indifferenza del vuoto non più solo immaginario mentre le parole vagano in cerca di una vittima che ha compreso che bisogna fuggire senza fermarsi. Forse tutto il fascino che si trova nelle pagine dei libri è nel silenzio con cui ti circondano, una bolla di senso in un mondo isterico, un quieto approcciarsi come vittima consenziente al supplizio dolce del racconto, il verso giusto, parole cercate e non scontrate casualmente perché sparse a manciate in cerca di qualcuno, da qualche parte. Non si esce vivi dalla trappola dei ricordi quando si continua a seminare indizi di miserie passate, allacciando catene che impediscono di allontanarsi dagli antichi fasti di centri ormai avvizziti, trascinando il corpo minato dal cancro radicato di riuscire a pronunciare addio senza riuscire ad alimentarlo.

Danziamo malati, sciamani senza tribù, senza discepoli, senza scienza arcana. Ti ricordi quando parlavamo dei mostri? Ti ricordi quando parlavamo di tutto quello che la gente vuole fare finta che non esista? Eroina e suicidio, sfruttamento e follia, omosessualità e automutilazione. Ti ricordi quando ci ******* dannosamente, come stupidi, contro tutto e tutti, incapaci di farci carico delle conseguenze, delle vene squarciate, dei denti marciti, del respiro mozzato, della pelle ingiallita? Ma come cazzo si chiama quando uno vuole sentirsi ancora male? Un Tropico del Cazzo? Un naufragio emozionale? Quel che conta è affogare e non galleggiare tristemente. Tutto è violenza, tutto è amore e tutto è uguale a tutto. Vi è solo bisogno di ritualizzare l’orrido interno perché fa paura e bisogna renderlo presentabile, ripulirlo dalle escrescenze più purulente per renderlo raccontabile. E così demonizzare, andare in caccia di simboli di cui fare vessillo, innalzare metafore come barricate contro la pochezza degli altri, che rimangono comunque invasori, e scatenare l’indignazione e la paura. Una pratica consolatoria.

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