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Amico mio, ti regalo foto nude della tua anima

Hey amico, prenditi tutto il tempo che vuoi, hai tutto il tempo per riflettere e dirmi ciò che pensi, lo puoi esprimere nella maniera più completa che vuoi, usa le tue migliori espressioni, il tuo sentimento più profondo, esprimiti liberamente. Ricorda però che puoi dire solo sì oppure no, nient’altro.

Dopo che hai amato disperatamente prenditi il tempo di tradire, in fondo è solo un granello nel deserto, è come morire dopo aver lungamente vissuto. Già, fa male, come ogni eco nel vuoto, questa libertà a forma di solitudine che stringiamo con forza, a pieni mani, con l’orgoglio sudato di chi ha capito tutto, anche di non avere possibilità di capire.

Amico, conosci la mia versione della storia? Insolitamente comincia con la morte e torna indietro, ri-arrotola il nastro – fai un cenno di assenso o di diniego se segui il mio discorso, null’altro, ti prego – c’era una volta, sì proprio un soffitto, due archi contrapposti che tenevano sollevato il tetto, quel manto di cielo che svolgevamo sopra i nostri sogni impolverati, un manto per le feste, per i giorni che non sapevamo cosa fare. Ok, ma c’era una volta anche un uomo perduto che se ne stava sotto quel soffitto, sotto quel vuoto a forma di pianeta, rimuginando, macinando con ossessione parole insensate, implorando un filo rosso e perorando la sua causa, che essendo sua era assolutamente unica, come il DNA, irripetibile perciò non condivisibile, non esportabile, non vendibile, non raccontabile.

Ma vedo nel tuo sguardo che non riesci più seguirmi. Non ti biasimo, è chiaro, ma mi dispiace. Sai che potrei, per la prima volta, dirti cose importanti, almeno nel senso che ci trovo qualche senso, è la cosa è rara, credimi. Ma come si fa a raccontare di una passione che brucia, di un assoluto che brilla per poi stemperarsi, per poi cadere? Come farti capire una cosa che rimane pura anche se si è sporcata una volta, un’unica solo schifosa volta. Sì, forse è la solita solfa degli opposti che convivono, degli yin e degli yang, della Santità e del Demoniaco, del bianco e del nero.

Come si fa ad accettare – penserai tu – come fare spazio nella propria purezza tutta questa, chiamiamola così, umanità debole o umana debolezza? Questa debolezza che prima o poi piega anche i più forti e travolge i puri? Certo penserai che è troppo comodo, quasi ipocrita, porla in questa maniera quando l’errore è tuo e non dell’altro. Tu, mutamente, mi vorresti chiedere – giusto? – “ma se fossi tu a dovere accettare questa cosa, questa visione strana” – sì, come potremmo chiamarla? forse si chiama perdono, ecco… -, “si tu l’accetteresti?“.

No, non l’accetterei. Non si può accettare, è impossibile, come chiedere al sangue di non scorrere, eppure bisognerebbe. Non si può ma si dovrebbe. Pensi sia un nonsense? Lo è. Eppure il segreto è questo. Ora lo sai e puoi scegliere come sbagliare. Non è difficile, vero? Dì solo sì o no.

È così semplice sul crinale del relativo, devi solo accettare il fatto che l’inizio è la fine, tutto quello che viene dopo è un guadagno e non una perdita. Se riesci a liberarti del peso delle scelte che hai fatto per la contingenza del momento e che pensi di doverti portare addosso per sempre, se puoi accettare di essere diverso da come ti sei sognato allora sei a buon punto. Non oltre il pantano ma non ancora affogato. Perché gli ideali sono solo un punto di riferimento tendenziale non un punto segnato in modo indelebile sulla cartina dei giorni che ti sei concesso.

Perché per quanto tu possa valere ci sarà un anno, un giorno, un minuto in cui non varrai nulla, per gli altri e per te stesso, mesi in cui vorrai buttarti via, in cui rimpiangerai ogni scelta. Perché vivrai attimi di smarrimento, stagioni di panico, anni di vuoto e non saprai con chi prendertela e, finita la lista dei nemici, odierai te stesso. E vorrai piangere anche se ti sei imposto di non farlo, e vorrai credere in dio anche se non esiste, e vorrai aver fatto scelte di comodo, compromessi, inganni, furti, omicidi. Poi sarai pentito anche di averlo pensato, sarai pentito perché forse ti avrebbero perdonato o forse no, mai. Allora ti sentirei sollevato, sicuro, ma questo non ti darà l’immortalità. Non ti daranno medaglie anche se tu pensi di meritarle, nessuno costruirà un monumento e quindi nessun piccione potrà cagare sulla tua gloria postuma e nessun artista informale potrà picconare il tuo eternarti istituzionale. Non ti daranno ragione, non riconosceranno il tuo talento, reale o fittizio che sia, non occuperai la posizione che meriti. Non abbraccerai le battaglie che lo meritano al momento giusto, non farai sacrificio della tua vita, non cadrai eroicamente. Non saprai portare a compimento il tuo credo radicale, anzi barcollerai, tentennerai, farai spesso un passo indietro, diventando ragionevole e per questo più apprezzato dagli altri anche se guadagnerai il tuo stesso disprezzo. Di tutto questo ti farai cruccio, ne proverai dolore per poi, un giorno, esserne sollevato. Ti sentirai sconfitto, altre volte sciocco e poi, per transitori istanti, realizzato.

Amico mio, anche se chiudi gli occhi riesco a capire come ti senti. Vagamente disturbato, penso, molto confuso, suppongo. Anch’io – sai? – e penso sia un bene, no? So che avresti molto da dire, vedo che stai ribollendo di confutazioni, e che dentro di te è chiara la stesura di tutte le incoerenze che sto mettendo insieme, ma tu devi resistere, metterti a freno. Ricordati, solo sì o no.

Anche perché troppe volte non ti daranno le occasioni di esprimerti e tante altre volte sarai tu che non saprai trovare le parole giuste o non avrai le palle per alzarti in mezzo a tutti e dire qualcosa su cui tutti gli altri non saranno d’accordo. E non ci sarà alcun libro che ti aiuterà, né una canzone che ti salverà. Nessuna donna impazzirà alla solo tua vista, nessun cane fare migliaia di chilometri per morire sulla tua tomba. Le folle non ti osanneranno, non fonderai alcuna religione milionaria.

Sai questo corpo che non hai mai sentito tuo? Quell’ammasso di carne e muscoli che da un peso al tuo vagare, che è insieme lo scheletro che permette alla tua anima di non scomparire nuda nell’etere e insieme zavorra che ti impedisce di volare via come pura essenza? Beh, quella carne ti ha tradito e continuerà a farlo fino a esaurirti. Il sangue ti continuerà a ingannare e ad affondare, i muscoli si avvizziranno, la pelle perderà elasticità. Porterai come un dipinto da museo i segni impietosi del tempo come una decorazione di guerra di cui non puoi liberarti. Vedersi mutare e non riuscire ad accettarlo nel suo saperlo inevitabile. Sarai preda continua dei tuoi istinti, soccomberei a loro come una vocazione millenaria, poi li terrai a freno, ti reprimerai e ne soffrirai. Sarai la tua stessa vittima, vittima dello sperma, del vomito, del bolo. Sarai artefice della continuazione della specie o della sua estinzione e tutta la tua volontà non sarà altro che frutto delle opportunità del caso. Crederai di non saperti frenare e invece frenerai o forse franerai, ti rialzerai o forse a sarai sommerso. E questo essere sempre inseguito dai sensi di colpa e poi preceduto dai sensi di inadeguatezza, quel sentirti vittima di Freud e delle sue scoperte, incapace di ribellarti ai libri delle accademie, succube delle didascalie, continuamente persuaso di ciò che pensi di aver capito ma spesso dubbioso sui significati complessivi di ogni enciclopedia. E ci saranno cadute continue in questa altalene delle frustrazioni, ma continuerai a rialzarti, a sederti, a dondolarti.

Troppe volte ti verrà in testa la risposta giusta mesi dopo il momento necessario, a volte farai figure meschine senza meritarlo e non riuscirai mai ad accettarlo. Non sarai mai soddisfatto dei tuoi successi perché avrebbero potuto essere sempre maggiori, non ti perdonerai mai certi errori perché – e lo sappiamo entrambi – li avresti potuti evitare. Eppure in tutto questo troverai un percorso che ti porterà a capire o almeno a sfiorare. Implorerai di non avere tutta questa lucidità di non essere in grado di mettere tutto insieme, di trovare una chiave di lettura, perché in quel caso avresti capito che il senso è solo in questo, nell’accettare, nel dire sì oppure no, e viceversa e sapere che alla fine non cambia il finale, che sarà solo l’inizio di una storia di cui finalmente – conoscendo da sempre il finale ma mai l’inizio – riuscirai a comprendere lo svolgimento. Ma questo solo quando non ti servirà più.

Buona notte amico, la notte sarà buona, sì?

Indice di leggibilità: 53

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  1. 2 febbraio 2011 alle 22:48

    Sì, avro’ un’illusione di lievità.
    “…quante cose raggiungono la loro giusta lode e perfezione vera grazie alle circostanze.”
    Shakespeare

    • 3 febbraio 2011 alle 17:23

      Noi cambiamo per le circostanze e insieme siamo delle circostanze per qualcun altro.

  1. 21 febbraio 2011 alle 18:42

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