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Non se ne esce anche se non si è mai chiesto di entrare

Sussurri obliqui 514 giorni dopo

Guardarsi indietro e vedere solo un’immagine riflessa non è proprio quello che si potrebbe definire nostalgia. La pietra nello stagno e l’immagine si rompe e il Narciso distratto affoga. Da un punto del tempo a un altro, fermiamo un flusso e tiriamo una riga per saggiare la distanza, per gustare lo spreco che abbiamo fatto degli anni. La soddisfazione di errori tetragoni, l’orgoglio della caduta. Ci sentivamo travolti e abbiamo solo fatto alcuni passetti incerti avanti e pochi inciampi sghembi all’indietro. Non se ne esce anche se non si è mai chiesto di entrare. Parole che si accumulano per diventare coordinate, punti di disorientamento, incunaboli indecifrabili che sembrano indicare qualcosa che non riusciamo ad afferrare. Troppo per troppo pochi. Ripetuti tentativi di seminare la propria ombra e trovare germogliato un rigoglioso passato di fronte a sé. Un girotondo così convincente da riuscire a persuaderti che la schiena che sfiori sia quella di qualcun altro. Un inseguimento senza cattura, una palla avvelenata che non tocca mai terra scivolando con indifferenza nell’incapacità di trarre lezioni dai tradimenti dell’inconscio.  Grappoli di parole che ci condannano, che ci inchiodano alle croci dei compagni di Spartaco, tutti in fila, tutta una via a ricordare quando divennero re mentre agonizzavano, soffocati come carne da macello. Accumulo di alfabeti arroganti, chiusi in un solo canale di espressione, impiccati a metodi antichi per sentirsi maledettamente soli, potenzialmente espressivi, schifosamente incompresi, infantilmente infelici.

Non si capisce il perché di quelle targhe, di quel marmo di seconda scelta con inciso una data, la vittoria decisiva della nazione, la conquista di una città, la creazione di un nuovo confine. Non si capisce la volontà di obliare le sconfitte, di nascondere la memoria come se non fosse da lì che si costruisce il futuro dei singoli. Date che vogliamo ricordare con il proposito di non celebrarle, nessuno striscione, nessuna banda, nessun discorso dall’alto di un palco imbandierato. La memoria inganna così come la storia che ci scriviamo, il dolce spezzare gli spigoli delle ossa di una biografia troppo storpia per raccontarsi da sé. Le foto sbiadite, con gli angoli piegati, le foto di classe in cui appariamo inspiegabilmente sorridenti e fiduciosi in mezzo a un mucchio di bambini sconosciuti. C’eravamo, così dicono le prove. Ci rientri anche se avevi chiesto di uscirne. Eravamo lì, così cercano di convincerci quegli ottimi fotomontaggi. Ma facciamo fatica a crederci perché non si impara, non si evolve, nutriti nella continua presunzione di essere in grado di decifrare le pagine che si stanno scrivendo, che vanno accumulandosi e che, al ritmo di singulti improvvisi, presentano il conto, urlandoti in pieno viso la necessità di aver ottenuto un cambiamento che compensi un tale dispendio di concetti.

Esternamente non cambia mai nulla, si mantiene una parvenza per andare avanti, una maschera integra che regge i colpi anche quando si è spezzati. Imbottiti di noia analgesica, leniti da memorie labili, leggeri del peso di incombenze idiote. Anni su anni che sono una trappola, un’inevitabile rosario di inganni perpetrati da difese insuperabili anche quando ci raccontiamo che quello che vorremmo sarebbe solo un impietoso resoconto, una vivida cronaca presente del nostro passato. Giurando di dir solo la verità, null’altro che la crudeltà. Una nuova interpretazione di un vecchio cavallo di battaglia, una prima di una chicca del repertorio degli anni migliori mai suonata prima. Così, per farsi dolcemente del male, come assaggiare, di nuovo, ora, il sangue del primo ginocchio sbucciato e scoprire che non ha il sapore che ricordavamo. Inciampare, di nuovo.

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