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Riassunto emetico (r) 3 4 5 1 2

(t) Una solitudine binaria

Nonostante tutti gli sforzi siamo ancora qui, in un punto che non conduce da nessuna parte e al quale siamo giunti partendo da un luogo che non ci ricordiamo più. Creiamo qualcosa che nello stesso istante della sua conclusione non conta più nulla, non influisce sulla realtà, non lenisce, non alleggerisce. Cerchiamo qualcosa che non vogliamo o che non abbiamo il coraggio di sperare, qualcosa a cui ambiamo anche se ci fa paura, qualcosa che vogliamo solo per rifiutarlo. Il paesaggio è troppo saturo per riuscire ad assorbire alcunché, tutto galleggia, rigettato, abbandonato alla casualità di un singolo che lo raccolga. Quel singolo vale come una massa, quel singolo potrebbe essere una massa, la massa potrebbe togliere significato a quell’unico singolo. Si accorre per salvarsi dalla solitudine ma se ne è inondati. Si partecipa per sentirsi esistere ma ci si scopre invisibili. Ci si moltiplica per accorciare le distanze che diventano progressivamente incolmabili.

(o) Il girotondo dell’inettitudine

Ripetere l’errore per scoprire – di nuovo – che l’equazione non si risolve. Non fa più male perché probabilmente siamo già morti, già digeriti dal marcio della terra. Il narratore, proprio come nella sua realtà, è incapace di creare una trama interessante ed è incapace di suicidare il suo protagonista per il semplice fatto che non esiste. La lamentatio fa schifo ma non esiste altro che il penoso riscontrare la propria inutilità. Un bivio che porta comunque al macello. Non possiamo finire perché un fallimento è meglio che la non esistenza. Non possiamo continuare per la palese inutilità e pena che bisogna sobbarcarsi. Una non-scelta senza fine, in ogni caso dolorosa. Il farsi male nel scoprirsi così poco interessanti, talmente noiosi da aversi a noia, talmente lagnosi da ambire a un ebetismo inconsapevole. E non vogliamo nessuno perché vogliamo tutti, ma tutti fanno schifo e quindi non possiamo che volere nessuno, infondo non siamo nessuno.

(v) La frase è fatta, ora facciamo le parole

Abbiamo noia piena delle parole piane, del soggetto che verba un complemento oggetto, delle linee dritte che conducono a una destinazione visibile fin dal primo passo, non vogliamo frasi fatte, frasi elaborate da qualcun altro, utilizzate da altri per sentirsi altro, lontano dall’imbarazzo di percepire pienamente di non essere in grado di dir nulla di interessante. E non proviamo alcun interesse per le persone, ma solo noia e fastidio. Tutti morti, anche se non si può mai dire tutti. Nessuno puro, anche se non bisogna mai dire nessuno e non si dovrebbe mai dire mai. Curioso destino quello dell’incomprensibilità per riuscire a fare capire qualcosa, a noi e agli altri. Un condanna da reo confesso, una volontà di punizione talmente palese da facilitare il lavoro dei psicologi da riviste bimensili. Ma anche un evidente giocherellare con parole che non hanno nulla da dire perché promanate da un vuoto corporeo, da un abbecedario senza storia. Ma potrebbe esserci qualcosa oltre la nostra percezione, qualcosa da stanare e visibile unicamente all’esterno, qualcosa da evocare senza sapere quali forze si stanno per scatenare; o potrebbe, più semplicemente, non esserci veramente nulla di un dannato nulla.

(u) La linea morta

Si dovrebbe cercare di non varcare il confine demonico che ci si è costruiti. Bisognerebbe avere una storia, così dicono i migliori maestri, ma c’è chi non ce la fa proprio a costruirsene una. È che non basta sapere cosa di deve fare per riuscire a farla. In questi giorni che fanno violenza del vuoto, in questi giorni che, rabbiosi, non si fanno contare, in queste notti è tutto così presente che si desidera sparizione. Quello che si è, grida più forte di quanto si possa sopportare, e allora non ci si vuole fermare mai, ché non c’è altro modo di star male, quindi bene. Correre e riempirsi la mente, una cosa da fare e poi un’altra, cadere senza contare i secondi di caduta, un J’accuse personale così subitaneo da poter essere superato da una serie prolungata di inezie, attendendo di smettere di respirare. Ogni passo, ogni respiro, ogni giro di lancette più vicino, accumulando scorie nelle vene, appesantendo un sangue che poi non sarà più utile neanche per le trasfusioni ad altri lebbrosi. Avvelenandosi di tutte le occasioni sprecate, dei giorni buttati, degli ozi incomprensibili, delle opportunità non colte, 40 volte.

(o) Il rispetto per il nucleo centripeto

Vogliamo far paura, essere temuti, allontanare. Questo è Amore, questo è Rispetto. Vogliamo contemplare la Bellezza senza sporcarla di parole banali. Desideriamo leggere con attenzione senza sentirci in obbligo di aggiungere sillabe di troppo. Doniamo il prezioso silenzio senza pretendere ringraziamento. C’è una macchia nell’orizzonte non più terso, c’è uno schizzo sgorbio rosso sangue aggrappato alle vesti candide degli assassini, c’è solo da aspettare prima di vedere insabbiare il suicidio di qualche fanatico pro vita. Rimaniamo senza punti di riferimento, senza fede, senza appigli, senza paure, senza suoni, senza rotta, senza complici. I templi più divini sono fatti dalle rocce più dure, i ghiacciai più aspri sono solo liquidi in potenza. Così anche una vita inutile, una volgare imitazione di esistenza, una bigiotteria triste, sporca delle impronte digitale di bambini asiatici. Anche quella ha senso. Un monito, una punizione, una vendetta.

Dedicato a chi decide di scomparire

perché incapace portare il peso della

propria, continua, muta, vorace, sconfitta

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  1. 16 marzo 2011 alle 09:01

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