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Dissenso plenario

Blackfield - Welcome to my DNAEravamo soli nella riunione in cui dovevamo decretare la chiusura mentre fuori, per le strade, nella nebbia, delle persone facevano finta di essere vive e nello stesso mentre un certo cantante di una certa canzone di una radio piazzata chissà dove sembrava proprio stesse per crepare dietro il microfono. Certi momenti meriterebbero un sottofondo epico ma in quella occasione, estintosi quel suono che si allontanava, si sentivano unicamente i silenzi che cadevano vigliaccamente tra gli interstizi delle parole masticate con rabbia e sputate con fastidio.

Nella stanza c’era spazio e quasi tutte le sedie erano vuote, le pareti spoglie e il più della metratura era occupato da montagne di rimorsi in formato oggetti rotti, spezzati con violenza o accartocciati in residui tali da far intuire una furia feroce, una misantropia folle che sembrava si fosse spiegata in modo completo e doloroso unicamente tra quelle mura. Non c’erano tracce di fede, nessuna discussione pacata ma una baraonda disperata, urla che veleggiavano nell’esasperazione pura, colando adrenalina e paranoia in ogni rivolo di parole. Si dissero tutto, si rinfacciarono episodi ormai antichi, rimestando quelle particelle di odio accumulate, stagionate e fermentate che un tempo avevano nascosto senza fatica. Ma in fondo era una recita, una messa in scena che si dovevano quanto meno per rispetto di quella antica passione che un tempo li aveva animati, quel furore che solo i giovani sanno alimentare e che dopo rimane solo come appiglio nostalgico per rendersi conto del progressivo spegnimento.

Alla fine ogni idea fu messa ai voti e un’inaspettata ma molto pragmatica unanimità travolse le tensioni di prima; si andava finendo con mestizia, con una tetraggine quieta che aveva vinto le poche forze che non erano state consumate dalla rabbia e dal rimpianto. Non rimaneva che alzarci e usare un coccio di vetro per specchiarsi le occhiaie di una notte lunga e penosa ma che almeno poteva gloriarsi di definirsi decisiva, malamente, ma sempre decisiva. Definitivamente ci risolvemmo a scomparire o forse, più esattamente, a tornare da dove eravamo venuti, di nuovo rigettati in quelle coordinate confuse che in realtà non conducevano da nessuna parte se non lontano da qui.

Ricontate le braccia alzatesi per votare, chiesto per l’ultima volta se qualcuno aveva ancora qualche straccio di argomento per opporsi alla ragionevolissima decisione plenaria, tutti concordarono che era l’ora di accomiatarsi e che finalmente la parola addio non sarebbe stata spesa scorrettamente. Un unico uomo uscì dalla stanza chiudendo con cura la porta dietro di sé a chiave, con doppia mandata, e gettandola poi nel buio, per poi avviarsi dietro, nel parcheggio. L’aria brumosa e pesante lo colpiva a spanne sfidando la trasparenza del parabrezza e fu un attimo, un secondo o poco meno, il tempo di vedere scomparire la luna dietro nubi gonfie di nero, per apprendere la lezione banale che 30 secondi possono cambiarti la vita, pochi secondi di ritardo e tutto avrebbe potuto essere diverso.

Di nuovo quelle certe cose che si capiscono solo a posteriori e di nessuna utilità. L’indomani sarebbe stata una mattinata schifosa in cui fare a cazzotti con i rimpianti.

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