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Vi auguro incubi

Buongiorno. Ognuno si tenga le sue lacrime, le recriminazioni e i ricordi partigiani in ore sciolte nella loro stessa immobilità dove tutto potrebbe essere importante e invece non conta nulla. Consapevole di dire tanto, dire troppo e troppo spesso, dire quello che non si dovrebbe, con stile infantile mentre invece sarebbe più sano, addirittura igienico, non dire, lasciare sfuggire via ogni irritazione, far defluire ogni tristezza, far decomporre il mondo con indifferenza. Di solito le parole sono quelle di un tronfio pidocchio e va bene, è una dolce sconfitta se la vittoria è sembrare un manipolatore, anche se a pensarci bene c’è il rischio concreto che il risultato sia lo stesso. È un’accusa senza lirismo, siamo di fronte a semplici giochi parole (e quando mai le parole non lo sono?). Il nocciolo è ritrovarsi con in testa il quesito di cosa altro possa dirsi che meriti di di essere scritto, accompagnato dal susseguente dilemma che ci interroga sul senso di dire una cosa che non sortirà effetto.

Buonasera. Così sul confine tra il silenzio – sempre e solo vagheggiato – e l’ennesima illibata orgia di parole vuote, decadiamo dal fingere una personalità e ci mascheriamo da uomini comuni solo per sembrare eccezionali. Saremo talmente veri da nauseare, lucideremo le catene per sentirci liberi mentre la gente si mette in fila alle casse, mentre persone taciturne aspettano il loro turno per mangiare sotto la luce consolatoria del neon. Forse l’infelicità è uno strato adiposo di dimensione variabile perché all’uscita di ogni casello autostradale trovi un centro commerciale che quasi vorresti vincere il buon senso e chiederti quale dei due sia nato prima, l’uovo o la gallina, l’asfalto o il prefabbricato. Sei milioni di anni di antropogenesi per scoprirsi mutati da demiurghi degli oggetti a loro preda. Ma si cade lieti nell’agguato e ci si accorge che c’eri già stato prima o almeno hai questa vaga sensazione, hai già visto quella gente scorrere catatonica, hai già visto le immigrate che spazzano i residui prodotti dagli autoctoni che spandono sporco tra un momento di divertimento e uno di smarrimento.

Buon tutto. Siamo fatti per complimentarci perché le critiche non conducono a nulla, in fondo va tutto bene, sempre, magari talvolta contiamo qualche perdita, qualcuno che arranca, ma non ci riguarda. Oggi splende il sole perché quello che ieri era fissato a 100 adesso è a 50 e noi ci sentiamo felici. So quello che voglio quando non mi lasci scelta. Sento ribollire il desiderio sessuale che mi hanno scatenato solo per lasciarlo insoddisfatto. Sento la voglia ferra di succedanei dell’orgasmo, bramo tappabuchi per l’anima, istruzioni da leggere, etichette da staccare, grassi idrogenati da smaltire. Voglio vetrate che mi ingenerino sensazione di trasparenza leggerezza, voglio luci sintetiche anche di giorno per migliorare i difetti della realtà, voglio gabbie ludiche per bambini imbottite di gommapiuma come per i pazzi. Voglio infiniti orari continuati, voglio un centro di accoglienza, uno di ascolto, uno di supporto. Voglio la cura del cliente tutto intorno a me, la voglio dentro di me a mo’ di supposta. Voglio evacuare in cessi creati secondo i canoni dell’arte informale, con lavandini che imitano il set di una luna di cartone, voglio chiedere informazioni a donne adulte vestite di scemenze culturali per promuovere il benessere ipercalorico. Non necessito altro, null’altro che una nuova collezione, una innovativa funzione, una potenza mai vista. Voglio pensare differentemente come tutti gli altri. Niente altro, non ho più bisogno di un nome necessito solo di un cordialissimo vaffanculo a tutto rivolto a chi augura buon tutto.

Amati. Vi auguro incubi perché la realtà è peggio, si dovrebbe piangere anche se non se ne ha la voglia. Una stupida testa a puzzle si piega per vedere se c’è ancora qualcosa da scrutare, si volta indietro per decifrare qualcosa da raccontare, si inchina in avanti con la buona volontà di scrivere. Il punto più basso è provare gioia per tutte le pagine desolate che continuano a funzionare e che certo sono solo la miseria di un’altra sera di apogeo per un nichilista fallito ma che per qualcuno, almeno uno, vogliono dire qualcosa che non è bello, non è buono, non è vittorioso ma che esiste. Lo so, accade e accadrà, il corso delle cose, il solito, inutile, in memoria dell’umanità, la trita dose di ricordo di un rimpianto di un rimorso. So che è tutto mischiato, capisco che è tutto confuso e so che passerà ma so anche che poi si ripresenterà e saremo ancora a tracciare acri segni a vuoto con un cuore di anfratto.

Indice di leggibilità: 51

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  1. 9 gennaio 2011 alle 21:30

    Accade e tira dritto.
    Ci siamo tutti dentro, non è sempre buono, non è sempre reale ma esiste e, per fortuna, i giorni peggiori dell’anno hanno deciso di chiudersi questa domenica.
    Preferisco proteggermi nella quotidianità che vivere lo spaesamento delle feste.

    • 10 gennaio 2011 alle 17:51

      Hai ragione ma volevo solo segnare una sensazione di intrappolamento, un sorridente strangolamento, un accerchiamento colorato che a volte sembra inevitabile e che alla fine lascia spossati

  1. 5 novembre 2011 alle 21:47

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