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Un percorso di vendette per non giungere da nessuna parte

Yves Klein - Peinture feu couleur sans titre (FC 6)

Adesso non importa proprio e, anche se non ha mai importato nulla, ci sono momenti in cui bisogna ripeterselo. La condivisione di un pensiero nello stesso istante sono sicuro che non serve a niente, proprio come mettere sulla stessa frequenza piani di lontananze opposte. Sarà stata un’intera giornata al freddo o forse saranno le ore offline, con il coraggio inane di non guardare la posta ma semplicemente spegnersi osservando i minuti sciogliersi dentro il quadrante dell’orologio. Il primo ricordo dell’anno sarà la faccia contro la ceramica bianca e quella sensazione di soffocamento che sembrava terribilmente simile alla morte, auguri, eh!
Poi le domande del cazzo, le finte domande inutili con risposta obbligata e strozzata, le domande stronze, ipocrite e squallide, la preoccupazione meschina di sapere cosa accade quando tutti sanno esattamente cosa è accaduto e non servirebbe biascicare scuse.  Non la cosa peggiore quando ci si trova internati a fare similitudini grottesche con cose che non si conoscono e dalla nebbia emergono fradici i fantasmi di tutte quelle migliaia di pagine assorbite, tutti gli incubi che prendono possesso della ribalta dopo essere stati condannati alle regioni remote dei ricordi sepolti. In fine le umiliazioni che uno si infligge non sono altro che momenti di clarità e di resoconti con sé stessi, finali già scritti di interi anni di repressione e di complicate costruzioni di rabbia. Nell’era della dematerializzazione l’unica cosa che si riesce ad afferrare nei momenti critici è la rovina del proprio corpo, quell’assurda estensione che serve unicamente quale prova della forza di gravità.

In fondo è meglio alienarsi che lasciarsi triturare dall’idiozia virale, dal continuo ampliarsi del vuoto. Abbiamo corso riempiendoci le tasche all’inverosimile e poi ci siamo finiti dentro e abbiamo scordato trame appassionanti e luoghi visitati, abbiamo cancellato visi e buttato nel cesso, con inarrestabili conati, nomi attentamente appuntati. Siamo riusciti ad azzerrare dettagli che un tempo furono vitali, facendo piazza pulita di momenti topici che una volta riuscimmo a credere essere momenti essenziali o risolutivi di una vita troppo breve per essere sprecata per svolte inessenziali. E l’aria fredda è riuscita a renderci talmente lucidi da non farci provare più dolore, come se un ossigeno cercato con caparbietà fosse un dono lenitivo universale, una sostanza ben più potente di quella normalmente inalata nei momenti di quiete. Si inspira quell’aria gelida che accoltella la faccia come fosse l’anda scazzata da disco indie, quel mood trasandato che pare nascondere il senso della vita ma che in realtà è soltanto il solito girare a vuoto dell’ennesimo perdente, ma non fa niente.

E che dello sfinimento interiore non interessa a nessuno, è una cosa ovvia e naturale e, inoltre, è di per sé un fatto poco appassionante, un’esperienza così comune da tracimare nel banale, ma non di quello scontato con cui di solito piace pascersi con l’avidità della sanguisuga invitata al macello. Siccome lo sappiamo è meglio tacere, siccome è noioso è meglio non dire, le gradazioni di verità non sono realtà, le vendette incosapevoli non sono racconto. Nel dizionario delle fobie si scoprono tanti motivi per ritenersi coraggiosi e altrettanto motivi ritenere gli esseri umani stupidi e degni di estinzione, dei pollici opponibili sprecati. Qualcuno più pietoso però potrebbe intonare un canto alla fragile e transitoria fibra umana, ma è talmente scontato che è più divertente deridere tutte le paure che non sono le nostre e su questo riso edificare un impero, arroccarsi in esso e da lì resistere ai propri mostri personali. Nel giorno traboccante di melense canzonette d’amore si diviene filofobici mentre dotti critici armati di matita rossa insegnano agli artisti a fare arte, ai cani ad abbaiare e alla luna a illuminare. Le cose di solito vanno così, nell’angusto spazio che racchiude il momento delle presentazioni da quello dell’addio, nel soffocante perimetro che cinge una situazione di cui non interessa nulla dal tempo in cui farà troppo male anche solo tentare di scordarsela. Buffo, in fondo, ma anche no.

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  1. 22 marzo 2011 alle 21:11
  2. 14 aprile 2012 alle 16:29

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