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Appello di solitudine sul crinale dell’ennesimo anno di pioggia

Refrattario blogger non temere, è solo un anno che muore. Prendiamo atto che si può riuscire a essere lontani da ogni cosa e non saranno le candele o i violini a rendere più lievi gli eventi e le genti. Giungiamo al termine e di nuovo questa insopportabile necessità di trarre le somme dei crucci, di mettere in fila i pensieri come vittime civili sul muro di una fucilazione proditoria. Volenti o nolenti qui si amplifica la solitudine, si contabilizza l’impossibilità a dare qualcosa, a ricevere, a condividere, a coinvolgere. Guardarsi indietro consegna conferme palesi e malevole insieme a rare e dolorose nostalgie. Qui si consuma un delitto contro il disordine costituito, infierendo sul cadavere della socialità.  Lasciamoci cadere nel fascino morboso del non avere nessuno, di non raccontare nulla, di sprecare una vita senza possibilità di rimedio. Bisogna appellarsi alle vittime della casualità che vengono esposte, anche se solo per poche parole, al rischio di contagio ma che riescono a fuggire. Bisogna appellarsi alla latitanza invocando un perdono plenario. L’ennesima fine, l’ulteriore miseria esposta come barbaro sangue nuziale, la vergogna della nudità di un corpo destituito di materia, la miseria di una diversità da qualcosa che non esiste, l’obbrobrio della serietà, l’egocentrismo infantile. Quante volte ripetere? Quante volte frignare indecentemente, senza dignità, né rispetto? Nessun onore in queste maledizioni banali, in questo triste rincorrere una pietà impossibile. I giochi si sono fatti in giorni consumati. Nessuna risposta e nessuna ricerca di consolazioni aleatorie nei dintorni di domande vane.

Si comincia con il voler dichiarare guerra a tutto, si sente scorrere il fremito auto assolutorio di accusa al genere umano ma ci si scopre a non aver tempo, non aver voce, non averne vera voglia e allora arrendersi, senza condizioni, senza pudori, senza protezione se non quella di sapere di non rientrare nelle cronache della storia alta e quindi di essere solo un altro mattone dell’edificio dell’oblio degli anonimi vigliacchi. Un’altra fine, l’ennesima, come se le convenzioni contassero. L’ultimo del 2010, l’ultimo con l’animo colmo di mestizia, l’ultimo scritto guidato dalla stanchezza, l’ultima sigaretta, l’ultimo giorno di lavoro, l’ultima giornata di pioggia. L’ultima volta che si promette a sé stessi che è l’ultima volta che si commette lo stesso errore.

Cercare un modo per imparare a dire basta e cercarlo ripetendo continua, non riuscire mai a mettere un punto, a prendere atto delle sconfitte. Un altro finale che non conclude, ma che forse è tutto per un dittatore bolso, tradito da una tecnologia abnorme e dalla mancanza di mezzi. Sapere che non bisogna scrivere quasi, non bisogna dire forse, non bisogna pregare un dIO più debole di te, non bisogna credere a un futuro quale che sia, solo perché è sicuro che ce ne deve essere uno qualunque e che domani è solo un attimo – forse l’ultimo – che ti sei messo alle spalle. Sai che la condanna alla mediocrità è una tradizione di tragedia perché conosci bene l’ambivalenza della perdita. Salendo si perde l’orientamento, assalgono le vertigini perché manca la solida terra, gli abituali punti di riferimento, le stelle benigne del firmamento, più in alto, sulle vette, la rincorsa alla fine della montagna con la consapevolezza che lì su non c’è nulla e si può solo vedere tutta l’altezza che hai lasciato alle spalle riuscendo però a perdere tutta la nausea di quella pianura dolcemente narcotica.

Un discorso presidenziale di fine anno, una predica accorata, ma la telecamera è spenta e il popolo non saprà mai. E una ben fragile eternità cancellabile, è un esserci che è come non esistesse, e più non c’è nulla e più ci si aggrappa affranti pur impetrando un virus che distrugga il malato attaccamento a quello che è stato scritto; proprio quando, dopo un mutismo gravido di rancori e grondante paranoia, giungono nuovamente, ma sempre inaspettate, le parole, ci si ferma e si gioisce – rieccole – e per quanto inutili, ripetute, vuote e tronfie, per quanto incapaci di esprimere e di rappresentare, per quanto impotenti alle verità, danno una possibilità di riuscita, un attimo di speranza di aprire uno sprazzo e di creare una scintilla, una possibilità sempre delusa ma sempre una possibilità. Ma alla fine – e adesso è un’altra fine – ci si trova soli con esse, una cattiva compagnia, una confraternita di danno, come un circolo denigratorio in corsa verso la distruzione creata infettando il flusso sanguigno con la noia del patetico rincorrersi nell’autoreferenzialità oziosa.

Verrebbe da chiedere scusa, certo, ma a chi?

Indice di leggibilità: 47

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  1. arnicamontana
    1 gennaio 2011 alle 08:51

    caro Prog, a dispetto di tutto io ti faccio i miei auguri per il nuovo anno. E aggiungo pure un abbraccio
    Arnica

    • 3 gennaio 2011 alle 10:28

      Cara Arnica, a dispetto di tutto, ricambio l’abbraccio.

  1. 16 novembre 2011 alle 21:25

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