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Il transitorio intrappolarsi della condensa del respiro tra le pareti del cervello

Snow in the City - David Chambard

L’ultimo passo della disperazione è il silenzio, l’indifferenza delle parole. Non serve parlare quando sei pervaso unicamente da un disperato bisogno di realtà perché qui si è inondati da finzioni. E non c’è niente da dire a meno un grado centigrado a meno che tu non sia così mite da non scorgere che rimane solo la violenza nera dell’amore abbandonato sui tetti imbiancati. E ancora quei brividi non si comprende se sono di freddo o di vendetta, un sapore ben conosciuto da tutte le brave persone che sanno cadere nelle tentazione di essere/i umani. L’assurdo del dolore come la gravità sospesa dal candore della neve. E c’era quel tono di finta commozione generale che ammorbava le strade e tu sommessamente pensavi che ogni cosa doveva andare all’inferno ghiacciato dei buoni sentimenti semilavorati. Quando la città va all’aria e i coraggiosi si riprendono un verso. Non pensarci, passerà. Cielo vuoto, cielo bianco, hai qualcosa da insegnarmi? Qualcosa da rimproverarmi?

Camminando nella neve e affondando nella condensa del respiro non è tardi per fuggire dai vicoli ciechi di realismo e per scantonare da angoli sordi di umanità. Esseri antropomorfi mi assediando, assiepati in trincee catodiche con riscaldamento centralizzato. L’odio consuma mentre il bianco dona spessore alle orme e densità al fiato. Qui siamo come i partigiani nel gelo, qui come degli eroi nella neve, congeliamo in attesa del calore di una futura libertà che se non è impossibile non vale. Sogni talmente lontani che li possiamo immaginare solo vicini, i desideri che si infrangono sulla spessore ruvido dell’incubo della realtà mentre le distanze vincono. Da qui si riescono a raffigurare gli anonimi della Storia che hanno pianto su tombe spoglie di nomi, i Nessuno che sanguinano picchiati dal fascismo di turno, i cadaveri dei migranti nei fondali del mare nostro che sei nei cieli, ma non sei nei fondali; proprio ora, come un colpevole, come me, come il cambio delle idee morte giovani ma in buona salute, come il passaggio a nuove ideologie, come il salto in nuovi sentimenti: non tradimenti ma adattamenti. Ci sono i pavidi che vogliono salvarsi, e i deboli che sognano un approdo, qualunque sia, senza scorgere gli scogli sommersi che lo rendono mortale, e i disperati che vendono tutto di sé per comprare uno straccio di sicurezza e la normalità degli altri.

Cosa te ne fai della sicurezza in quel campo di croci? I milioni in massa che ambiscono affannosamente alla medietà strisciano su una strada in cui riescono a camminare isolati come una moltitudine in paranoia. Presto saremo nemici, qui il pane è poco. Trasformeremo questioni personali in questioni politiche, ci scanneremo prima della luce dell’alba, solo per decidere chi di noi è il più abbietto, chi potrà fregiarsi dei gradi asociali più rivoltanti. Caino abbraccia Caino, fischiettando ritornelli, recitando auguri festosi mentre gli analfabeti declamano preghiere in latino.

Ormai non sei più nei pensieri, ormai sei come il materiale di scarto di una lobotomia, sei un’abiura di una fede nera, ormai sei solo un’altra merce nel mercato delle risorse inumane. Un incantesimo ha coperto il perimento della nostra gabbia, cadutoci addosso come coltre nevosa, un inganno subdolo, un generatore di frustrazioni: il pensare che gli altri sentano quello che tutti pensano che ognuno debba sentire in una determinata occasione imbastita di fogge retoriche vuote e per questo universalmente ambite. Con questo arzigogolo di pensiero, oscuro ma illuminante, ti sei svegliato moribondo e hai deciso di provare ancora respirare riuscendo a sputare solo sangue sul manto candido. Ha un sapore aspro, mordi il labbro devastato dall’herpes e ti accorgi che con questo corpo depauperato e finalmente permissivo, puoi lasciare che il tuo cervello si lanci in mille ipotesi su te stesso e su come smettere di lasciare orme sulla neve, smettere di farlo perché è inutile, perché la primavera le cancellerà con il calore del ricordo di un altro inverno. Aspettiamo solo “un basta” ma biascichiamo “buon …ale”.

Anche se non sembra,
non mi importa
che il mondo lo sappia.

Indice di leggibilità: 51

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  1. 19 dicembre 2010 alle 15:43

    Il senso non è nelle luci colorate o nella carta da regalo eppure tutti la pronunciano. Una litania noiosa e irritante.

    Le orme sulla neve servono principalmente a chi le lascia e a chi prova a seguirle per trovare la propria misura di scarpe.

    • 21 dicembre 2010 alle 20:06

      La conoscenza di quella misura può atterrire, meglio fuggirla.

  2. 21 dicembre 2010 alle 11:41

    “il pensare che gli altri sentano quello che tutti pensano che ognuno debba sentire in una determinata occasione imbastita di fogge retoriche vuote e per questo universalmente ambite.”
    Già. E poi cos’altro si potrebbe aggiungere? Nulla.
    Tranne una cosa.. Ho appena scoperto che posso interagire con la neve, spostando il mouse (cuore di bimba che si fa spazio!).

    • 21 dicembre 2010 alle 20:07

      L’unica interazione che funziona da queste parti.

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