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Questo senso di morte non creperà finché sarai vivo

Un demone nel cuore, un mostro sotto il letto e un grifo negli occhi. Sembra un bestiario poco credibile, ne sono consapevole, però, infine, non saprai chi ha piantato gli artigli nelle scapole, sfondando la pelle leggera e inerme che protegge un’anima composta solo da aritmie volatili come il gas esilarante dello sterminio di qualunque forma di umanità terrestre come di qualunque abbozzo di presunta divinità celeste. In un’epoca di mito questo disumanizzarsi fu un tentativo alto di svelarsi a un mondo strisciante che venne sconfitto con la Verità, una conquista pirrica che da allora in poi fece rimpiangere la sconfitta, che fece desiderare il disdoro delle forche caudine e l’onta dell’umiliazione di non essere fuggiti verso esili amari.

Il cielo ci cade addosso e guardiamo ammirati i pezzi che precipitano pronti a sfondarci le ossa parietali del cranio, attendiamo quasi ipnotizzati, con una disperazione discreta e borghese, il sangue inevitabile. Non c’è nessun eroe mosso da tensione suprema che voglia opporsi al crollo urlando, magari con arroganza inutile, ma almeno opponendo un filo di dignità a un destino che non la ha. Nessuno pretende, nessuno desidera una gloria, neanche posticcia, arruolati in un esercito di rassegnati, fiacchi e lamentosi come gli anni promessi da una medicina cinica e prezzolata. Forse tutto è perduto in un sonno pesante che non vuole opporre alcuna resistenza ai segni del tempo, che non offre alcuna cosmesi al rigor mortis di ore irragionevoli spremute di noia e riempite di vuoto.

Non credere mai agli occhi, non dare fiducia alla bocca e, se puoi, tradisci ogni minuto i suoni che ti paiono ammansire. Sono solo altri modi per tirare avanti, briciole per animali asserviti, metodi per tacitare il dissenso verso te stesso che dovresti manifestare con la violenza di un popolo inferocito dalla fame (solo da quella, solo da quella…). Abbiamo atteso troppo a lungo che un assassino ci togliesse dalle ambasce, rompendo gli indugi, tagliando – dritto per dritto – i meandri labirintici dei dubbi fragili. Questa, adesso, è solo un’altra ora di pioggia, passata su una spalla dura come il gelo del marmo e questa immagine non può non ricordarti visioni limpidamente miserevoli ora che hai fatto tabula rasa dei tuoi atomi nascosti negli interstizi del passato. E se duole è l’unico indizio che sei vivo, infestato da quel senso contrario ma ancora in grado di espirare sebbene impotente a una salvezza comunque sbagliata. Se non riesci a smettere di volere cose sbagliate è perché sono impossibili.

Indice di leggibilità: 47

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  1. 12 dicembre 2010 alle 12:30

    Straniero in un mondo di miti e invitato alla stessa tavola imbandita degli ospiti.
    E’una vita strana. Siedi accanto agli altri e i loro discorsi scivolano nella gola quasi fossero il digestivo di fine pasto; un sapore tra tanti, qualcosa di non necessario.

    • 13 dicembre 2010 alle 08:35

      Un continuo lavorio sociale per l’alienazione calato in un sistema di valori in cui l’estraniazione è l’unica costante. La follia dei pazzi è di cercare una cosa che non c’è, corrono tarantolati, tremano febbrili, esasperati dalla voglia di assaporare gusti vogliosi, sapori sbagliati, odori pestilenziali, suoni celestiali… ma, alla fine, trovano solo un brodo insapore. Un bolo velenoso che dovrebbe strozzare ma che, invece, si riesce sempre a trangugiare.

  2. 12 dicembre 2010 alle 18:43

    vorrei esser quel verme che, da cadaveri e rovine cerca il tunnel per riemergere e continuare il ciclo del vivere: anche nei bassifondi, giusto per non montarsi troppo la testa.
    e meno male che in questo rigor mortis, nevica pure sul tuo blog obliquo.

    • 13 dicembre 2010 alle 08:41

      Il verme della terra rimane uno dei miei punti di riferimento tanto che, tanto tempo fa, volevo scrivere un post per tesserne le lodi. Alla fine ho rinunciato perchè è impossibile confontarsi con elementi vitali assolutamente superiori. Rovina e e rinascita, allo stato, mi pare meno realizzabile che rovina e sterilità.
      Chissà se, ab ovo delle grande glaciazioni, i primi fiocchi di neve vennerro accolti con romantico senso di purezza e ammaliamento….

  1. 19 dicembre 2010 alle 15:17
  2. 22 marzo 2011 alle 21:11

Spazio al dissenso

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