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Io, te e l’ennesima fine del mondo che non conclude nulla

Uno sconvolgimento nello stomaco e un delirio nella testa. Le droghe non ci salveranno nemmeno nel caso in cui la realtà risulti ancora più tossica degli elementi naturali psicotropi. Le parole di un mondo disconosciuto, le parole di oggi e quelle di ieri ma non troviamo alcuna differenza anche se tutto è per forza cambiato. Mi hai realmente convinto che sono solo finzione, una maschera disperata che ha assorbito un essere che si è dimenticato la propria realtà.  Tu carcere di pensiero, tu picco di voragine. L’aria rarefatta è forse l’euforia di avvicinarsi a un cielo che non esiste, ora le bocche sono solo ventole per l’aria tra lingua impastata e sillabe che si aggrappano alla trachea e si rifiutano di uscire. Nello spazio vuoto che divide le nostre estensioni mentali: lì galleggiamo senza sentire lo stupore di essere vivi né l’orrore sottile di chi accetta di stare morendo. I rifugi sotterranei ci crollano addosso più per la mancanza di ossigeno che per il cancro marcente della pioggia che s’avventava contro noi negli anni prima che ci sfiorassimo.

C’erano dei buoni consigli che abbiamo ignorato, buoni propositi che abbiamo violato, buon senso che abbiamo ignorato. Perché siamo cattivi, io forse più di te anche se adesso mi sembra che di essermi scordato il tuo nome e questo è un atto di misericordia. Abbiamo visto sbocciare fobie amorevolmente custodite da lungo tempo, e ora siamo schiavi delle nostre stesse volontà mentre guardiamo vacui lo schermo di una finestra opaca. Pochi giorni, questo è il numero esatto, questa è l’unità su cui misurare illusione e disillusione. Avevamo supposto bene, sapevamo il finale e per questo la storia non è mai stata appassionante. “Quello che siete noi saremo”, ci raccontavamo di quando sarebbero finite le risorse o di quando un litro di acqua sarebbe costato più di un litro di petrolio. Vagheggiavamo una catastrofe che pensavamo planetaria mentre sarebbe stata solo nostra, intima come il blu violento del sangue arterioso. Io recidevo i vani del sangue e poi – io con la tenerezza dello scemo del villaggio – scendevamo nella mia tomba per renderla sempre più confortevole.

Ora so che non porterai fiori sulla mia lapide e non mi importa molto di più del fatto di non aver ancora composto un epitaffio icastico e rancoroso. L’abbraccio delle ombre ci pareva essere caloroso e sensato, era un universo a forma di dita, così vicine ma distinte per sempre, salvo deformità. Erravamo lieti tenendo stretti i nostri bozzoli e i sentimenti vagabondavano in uno scenario drammatico come deve essere la muta della pelle. Doveva essere stata la guerra a renderci così deboli e arrendevoli alle illusioni, forse la follia di poter conquistare nuovi confini ci aveva inquinato il sangue, inebriando un senso di potenza che era solo distruzione. Forse si cade perché si vuole cadere, quando si è imperfetti si percepisce la vocazione all’annientamento dei placebo. Ora compro rose bianche e le dipingo di pece, maneggio frattaglie animali per il solo gusto di sentire avvizzire tra le mani una carne morta, l’unico modo in cui riesco a immaginare il muscolo cardiaco che si impicca nella gabbia toracica. Il bruco, in un qualche modo obliquo, aveva ragione.

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  1. 8 dicembre 2010 alle 19:19

    parole così dolorose da sentirle addosso.
    vorrei averle scritte io che non so come vivere questo momento.
    sono perfette per la fine che ho dentro.
    ti ringrazio per averle scritte tu.

  1. 14 aprile 2012 alle 16:28

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