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L’incedere verboso di un autistico digitale

Prima che sia troppo tardi essi riusciranno a scrivere tutte le parole necessarie a edificare un silenzio significante.

Leggere e provare un senso di vuoto. Nulla da aggiungere mentre ci atterrisce il mostro della banalità che incombe minaccioso su ogni pensiero. Essere esperti di tutto ma versati sopratutto su sé stessi, un centro scentrato, un focus sfibrato – quanto mi amo? – un generatore di lontananza, un anaffettivo centripeto – quanto mi odio? – sfuggendo il confronto, alienandosi, ripetendosi. Nella contumelia e nella lusinga, nell’analisi lucida e nello sproloquio pedestre, nel taglio geniale e nello sbrodolamento stucchevole, è tutto uguale, navigo e affondo, lo schermo bianco, i riflessi appannati, il cervello spento. Un pianeta che assume l’unico senso di poggiarci i piedi sopra, sembra che il silenzio sia l’unica difesa dalla propria pochezza. Restare immobile, cancellare i pensieri, torturare i ricordi, dimenticare gli indizi, inglobare, affossare. Poesia in quadricromia di cui puoi ammirare la bellezza, puoi affascinarti e non sai cosa farci, non sai come rendere grazia, non sei legare, non sai fare tuo, non riesci a far germinare. Simboli che sfiori appena, parole che ti vengono strappate, sradicate, metafore che ti trapassano ma la cui ferita germina sangue già essiccato. Nulla da aggiungere perché non v’è nulla da cui cogliere qualcosa degno di respiro.

È tutto vero.

Scrivere e provare un senso di vuoto. Nel tempo in cui tutti vogliono mostrarsi io voglio solo nascondermi; non ce la faccio proprio, l’anima nera, i giorni grigi, gli slanci miopi, i racconti senza colori, senza suoni, senza volti. Mi metto in ascolto sulle frequenze disturbate della mia alienazione mentre fuori piove, piove sempre come tributo diurno agli incubi notturni. Parole vuote vergate in bianco e nero, tutte le cose inessenziali che non riesco a perdere, le incoerenze continue, le visioni lucidamente crudeli: avremmo potuto essere re, avremmo potuto denudarci e, invece, abbiamo scelto le coltri pesanti e ridicole del giullare. Le mie famose scarpe di ginnastica bianche, consunte, mi attirano molte critiche che si piantano lievi tra le scapole e fanno ipotizzare cose false – ma che importa? Quello che sei il primo a pretendere è quello che devi essere disposto a rinunciare – ma per quanto? – quello che vedi negli altri non sei in grado di vederlo in te – ma da quando? Dovrebbe scoccare l’ora in cui rompe re questo schifo di patto di sangue, di un sangue sporco che si è fatto acqua e sta mutando in toxoplasmosi, in distoma tosi, in leptospirosi, germi di noia, virali solo per rigetto. Siccome il carceriere si costringe a essere carcerato, devi essere spietato, prima, per essere severo, poi, sforzandoti di smettere di essere biografo di te stesso, di scrutare fino alla cecità il proprio orizzonte, buttarsi nel vuoto e cogliere i segni dei tempi, rendersi untori di violenza simbolica. Un giorno saremo giovani ma, forse, saremo troppo vecchi per accorgercene o addirittura morti nell’attesa, perché le parole più si selezionano più diventano preziose e allora questa ipertrofia mi dissanguerà e, insieme, atrofizzerà gli ultimi barlumi di sen so sepolto i n qualche interstizio nascosto di un ego invigilabile.

È tutto falso.

Fuori tempo massimo ho parlato e ora il silenzio è compromesso e non riesce a concludersi anche se è già finito.

Sincerely, M.


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  1. 3 dicembre 2010 alle 19:37

    Tutto ciò che sfugge per volontà d’esistenza è destinato a essere rincorso, soccorso, ambito, incompreso perché la conquista dona un senso di pieno. Un pieno illusorio e sufficiente a cullare l’Io.
    Il silenzio verrà rotto dalle voci cantilenanti, distratte, emotive, rabbiose, insulse, geniali, belle, vaghe, alte, basse, sincere o false.
    Ovunque e mai ci sarà silenzio infinito.
    Anche questo commento è rumore, pestilenza e non ha una direzione precisa.

    • 5 dicembre 2010 alle 18:06

      Siamo dunque interferenze caotiche, disturbi di un silenzio perfetto e dunque inaccettabile e questa pare una condanna alle parole in eccesso e un’assoluzione ai vuoti ammutoliti e intanto Leonard continua a cantare e non riesco a fermarlo…

  2. rirì
    4 dicembre 2010 alle 17:55

    E’ veramente un tosto pezzo lo scritto di “sussurri obliqui”, difficile da commentare, ma traspare la difficoltà esistenziale dell’individuo nel mondo alieno attuale.

    • 5 dicembre 2010 alle 18:08

      Gli alieni vedono i non alieni come alieni, è solo una questione di prospettiva. Tostamente, comunque, grazie.

  3. vania
    7 dicembre 2010 alle 18:49

    …ciaooo….sono in un periodo di cambiamento :)nuovo blog…eccccccc….iiiii…raffreddore…;))…quindi…mi è troppo difficile mettermi a leggerti…e anche come ben sai mi è difficile 🙂
    …ti lascio un saluto. ciaoo Vania

    • 8 dicembre 2010 alle 10:08

      Il tempo è troppo prezioso per perderlo in cose difficili, usalo con accortezza.

  4. vania
    8 dicembre 2010 alle 11:13

    Grazie Marco.
    ciao Vania

  1. 28 dicembre 2010 alle 23:40
  2. 24 febbraio 2011 alle 22:13
  3. 21 maggio 2011 alle 00:06

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