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Approcciando lontananze

Sam Messenger, Dark Was the Night (2007)

Corrosi dalla demenza: così si finisce a inseguire sogni storpi. Ed è meglio se lasci perdere, se ti arrendi, se accetti la polvere ché qui si perde prima di iniziare, qui si è morti prima di vivere. Dolce sorella non senti il freddo del muro dietro la schiena? Sposti i passi incerti su una strada buia e cerchi di indovinare le buche nel nulla ma il non cadere è solo un’arte temporanea. Una narrazione pregna è fatta di particolari ma il mio cantastorie preferito vagheggia sempre assurde generalizzazioni, si  masturba su astrazioni vuote che vorrebbero inglobare terre e acque e invece sono solo un bottino di aria. Eppure c’è un particolare che non scompare, un relitto strano nei ricordi, la voce di Ian Curtis nei suoi ultimi demo, la voce di uno che ha smesso di crederci prima ancora di esserne consapevole, una disperazione più sottile di qualunque lamento gotico.

Qualcuno si spinge a largo per mera curiosità, qualcun’altro per mettersi alla prova, alcuni solo per un inconscio desiderio di morte. A un certo punto, quando le braccia non rispondono più, le motivazioni iniziali perdono di importanza e rimane sono il senso preciso della lontananza dalla riva, lontananza da tutto, dispersione in una massa nera informe che costringiamo a divenire assassina. In fondo è solo un altro tipo di esperienza extracorporea, una delle possibilità di vedersi dall’esterno, di scindersi da sé – se siamo multiformi non può essere così difficile – allontanarsi e da lontano guardarsi. Forse ci potrebbe essere lenimento nella distanza, nel sentirsi naufragare lontani da sé, fuggiti dalla pressione sanguigna che preme costantemente le labili pareti del corpo.

Penso che un’estrema fatica si può superare, che si può essere così esausti da sentirsi rilassati ed essere così disperati da sentirsi quieti, ma tu, cara amica, non sentirti persa anche se hai smesso di funzionare. Non importa ora che sei solo un puntino distante, scomparente nell’orizzonte. Smettere di parlare, cessare di affermare, sprecare tempo, sciupare talento, consumare la fortuna. Lentamente scivolare nell’incoscienza per abbandonarsi quieti all’assideramento di un gelo corporeo causato da un calore lontano. Lontananza, amata compagna, è anche quando ti metti in cammino e qualcosa a cui tieni rimane invece solidamente ferma, radicata in un’identità non più espungibile. Ma alla fine conta solo il ragionamento paradossale per cui non può più importare delle cose che sono più importanti perchè il distacco diviene cura e la scomparsa una dedica finale, straziante quanto vuoi ma, in conclusione, inutile.

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  1. 28 novembre 2010 alle 20:04

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