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Istruzioni per svanire

10 novembre 2010

Non so esattamente come ci si va a spegnere eppure accade. Qualcosa ti trova e ti ingloba spogliandoti di una volontà prima possente e ora vieppiù affievolita. Ci deve essere un modo per opporsi ma costa fatica e non è credibile. Una volta spogliata di epica, rinunciato alla presunzione del dramma, deposte le armi dell’annuncio rimane solo un fatto chiaro limpido, stentoreo, inequivocabile. Rimane un dissolversi lento e inesorabile, un confondersi con il magma che ingoia tutto e tutto rende uguale e in questo movimento toglie ogni significato oppositivo al giudizio di merito che si sarebbe dato a un tale divenire quando si era corroborati dalla voglia di non svanire.

Non conta  quanto ci si fosse istruiti per evitare il dissolvimento perché è un cedimento fragoroso come di collasso subitaneo e massivo, si aprono le acque e tutto rimane sommerso, per primo lo stesso pensiero di non voler annegare. Per ironia della sorte si era già spariti da lungo tempo e nessuno se ne era, coerentemente, accorto. Ma si svanisce veramente solo quando si rende consapevole il predicato dell’azione di evanescenza. Si perdono i significati e tramontano gli orizzonti di senso talchè neanche eclissarsi fa più male come si pensava.

Navigare il greto di un fiume dissecato, scoprire i resti di un impero ingoiato della foresta, osservare un fastoso edificio ridotto in rovina: quello che era non c’è più. Non è un segreto ed è palese per tutti ma non è così semplice da accettare. Ci si fa bolsi, appesantitati più dai giorni che dai grammi, mentre il timore della parola diventa desiderio di silenzio. E quello, almeno quello, non pesa più, scivola via come lo sporco delle città strappato dal cemento da una pioggia lenta e costante.

Quello che era tutto non conta più nulla, non conta neanche che ora non conti più, le spirali di abulia si fanno sempre più iperboliche, le solitudini si radicano talmente nel profondo da non essere più percepite. Le espressioni vengono lasciate depositare senza più fulgore, nessuna rabbia o pudore, niente censura o ardore. Rotta perduta o timone rotto, come che sia, al capitano non importa.

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