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Tutti morti

Tutti santi, quando sono morti. I bambini sono morti, deceduti vecchi. Tutti i santi una volta erano vivi poi sono morti per essere ricordati. Sono morti gli onesti e sono crepati i probi mentre le merde non sembrano morire mai nei loro sepolcri dorati, adorati in monumenti di vera morte. Un dIO che ha fallito non li ha voluti con sé, una divinità patetica che scarica sugli altri le proprie colpe e il suo esercito di santi danza con i morti, danza e canta le profezie di delirio. Morti viventi e viventi moribondi, santi i morti e peccatori i vivi, il cielo vermiglio e plumbeo dovrebbe nascondere la gioia e l’armonia di tutti i futuri santi morti in vita e in attesa di beatificazione ché gli zombie hanno buona memoria, ma selettiva e intermittente.

Tutti i morti vivono e respirano mentre censurano il presente per godersi un futuro di immacolati ricordi post mortem. Cadaveri vergini di vita, morti in gloria, nel ricordo, nel dolore, slegati, sfibrati, sfumati in giorni evanescenti. Tutti morti gli eroi, stecchiti i filantropi, deceduti i i fulgidi esempi, stramazzate le madri esemplari, schiantati gli esempi di specchiata moralità. Morti affogati, smembrati, ammazzati, accoltellati, divorati dal tumore, spappolati dall’alcool, accartocciati nelle lamiere; morti di miseria, di dissenteria, di inedia; morti nei lager o nelle galere, morti torturati o nelle traversate migratorie, morti sul lavoro o ubriachi tornando dalla discoteca, morti di AIDS, morti suicidi e depressi, morti strafatti di psicofarmaci, sotto morfina in ospedale o con la spada in un braccio sotto un ponte, morti nelle guerre di frontiera o nei movimenti di liberazione coloniale, morti in soffici letti cardinalizi o nelle migliori cliniche del mondo, morti nei lebbrosari o facendo sport estremi nell’altro capo del mondo, morti nella solitudine o scavando un pozzo per l’acqua, morti nello sporco o in ospedali asettici, morti di dengue o di colesterolo, morti di obesità o di polio, morti nell’indifferenza e morti soffocati di attenzioni. Ora tutti uguali, ora tutti santi.

Morto il senso civico, morta l’umanità. Una cazzo di strage quotidiana da onorare. Morti i bambini africani, sterminati gli indios sudamericani, falciati gli ebrei europei. Estinte 950 specie di animali in 500 anni, scomparsi i dinosauri. Ogni santo è ogni morto. Morti gli incolpevoli, morti gli assassini. Morti i neonati, morti i peggiori sfruttatori. Morti gli uomini di buona volontà ma anche gli altri. I morti frequentano i funerali altrui per farsi un’idea di come sarà il loro. I morti pregano i santi che allontanino la morte inevitabile, che proteggano i loro cari (già) estinti (ma che non lo sanno) e fottano gli estranei e se qualcuno deve crepare, che sia un altro. Muore il corpo per poi risorgere come un non-morto tra i non-ancora-morti (forse), muore l’anima o forse è immortale, muore chi salva e muore chi uccide, muoiono gli dei immortali come muoiono le superstizioni. Tutti morti gli animali di cui ci nutriamo, pieni di morti i pantheon che visitiamo, morti tutti padri della Patria, morta la moria Patria e il natio suolo, morti i poeti che ci hanno fatto grandi, morto il Foscolo e morti i suoi sepolcri imbiancati, morti tutti i personaggi a cui sono dedicate tutte le vie di tutti i centri di tutte le città di tutti i morti. Tutti santi nei cimiteri, tutti morti al di fuori. Tutti morti, tutti presenti, tutti dimenticati.

Commemoriamo immemori, il continuo memento. Ricordiamoci che siamo mortali, pensiamo da morituri. E se dimentichiamo qualcuno facciamo ammenda e recuperiamo in un colpo solo, come un sol uomo, tutti gli altri santi, tutti gli altri morti, il milite ignoto che infiniti ne raccoglie, “un pensiero a tutti i nostri morti, amen”, l’egualitaria comune dei defunti da commemorare. E con memoria dei nostri morti, con la gloria dei defunti, con il raccoglimento di un minuto, con il compianto sulle lapidi, con rimpianto sulle steli, così, per sempre, in un giorno ricordiamo. Un giorno per commemorare gli altri per devastare e annichilarci e così riunirci, santi anche noi, agli amatissimi morti. Noi ricordanti, già morti tra i morti.

Indice di leggibilità: 52

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  1. 3 novembre 2010 alle 09:14

    c’è una retorica della morte che serve ad assolvere tutti: hai mai sentito dire “è morto un figlio di puttana?”

    • 3 novembre 2010 alle 14:24

      Non sopporto la retorica e le assoluzioni in vita figuriamoci quelle post mortem. Se siamo tutti assolti, in fine, siamo tutti colpevoli, quindi morti. Siamo tutti puttane e tutti figli quindi non si dice mai è morto un figlio di puttana perchè è scontato. Parafrasando il saggio siamo tutti pronti a pagare per venderci.

  2. Gio
    3 novembre 2010 alle 12:03

    “Per esistere basta lasciarsi andare ad essere,
    ma per vivere,
    bisogna essere qualcuno,
    per essere qualcuno,
    bisogna avere un OSSO,
    non aver timore di mostrare l’osso,
    e di perdere la carne.
    L’uomo ha sempre preferito la carne
    alla terra di ossa.”

    • 3 novembre 2010 alle 14:26

      Già, farla finita con il giudizio di dIO per cominciare a fare i conti con il giudizio degli Uomini almeno di quelli che vogliono scarnificarsi.

  3. 4 novembre 2010 alle 17:29

    Una cazzo di strage quotidiana da onorare. Così è per il pusillanime, due novembre e passa la paura!

    • 4 novembre 2010 alle 19:15

      Amen.

      • 11 novembre 2010 alle 15:30

        ero ironica e un pò sprezzante.

        -lo so che è scorretto non rispettare la scelta del silenzio sopra, però..
        devi resistere per te stesso.

  4. 7 novembre 2010 alle 01:14

    vitae misteryum ( la morte vi è compresa)

  1. 25 novembre 2010 alle 09:00
  2. 3 dicembre 2010 alle 19:07
  3. 14 aprile 2012 alle 16:28

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