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Noi vogliamo che tutti i bravi bambini vadano all’inferno

Voglio, per una volta, fare finta che esisti.
Voglio che tu ti sieda, che ti accomodi e che provi a provare nel senso di sentire ma anche nel senso di capire che comprendere è una prova, un tentativo di riconoscimento.
Ma so che non provi nulla e quello che voglio non conta e non ha mai contato, quindi smetti di leggere che non ha senso continuare. Non leggere un paragrafo di più, non una frase, non una sola inutile e vuota parola e neanche una sillaba. Non è una semplice captatio benevolentiae inversa, ma la mera presa d’atto che da qui in poi vi è solo il fastidio e la noia, un nascondino irritante, qui non trovi il disagio né la paura di scoprirti qualcosa che non sai, che non sei, che non sarai. Da questo momento non riesci più a gestire le mie sconfitte lessicali, non riesci più a trovare un senso nel tuo leggere.

Bisognerebbe smettere di leggere quando si sa come va a finire la storia.
Bisognerebbe smettere di leggere quando si è consapevoli dove andrà a parare chi scrive.
Bisognerebbe smettere di leggere quando si ha la sensazione che chi scrive lo fa al solo fine per convincerti di leggere.

Già bisognerebbe, ma chi? L’inganno palese si camuffa tra lo scrivere e il comunicare. Ma almeno non è mai troppo tardi e si può smettere di essere truffati da qui in poi. Da questo qui, da questo istante. Se leggi questa frase significa che insisti e allora dovrai leggere, pensare e tacere, perché non si può non tacere quando – di colpo? – si scopre che tu puoi diventare noi.

Tutti i bravi bambini vanno all’inferno” questo dicevano i monelli mentre parlavano male di me, mentre dicevano cosa terribili, cose ignobili. Ma io non dicevo nulla, non dicevo nulla io, io odiavo e basta, covavo in silenzio maledizioni ben più atroci, imprecando senza voce, muovendo le labbra senza suoni, come un film dell’orrore muto. Oggi sono meglio di loro ma, forse è buffo, per dimostrarlo devo costringermi al peggio perché forse lì vi sarà un contatto di comprensione, una rivalsa fatta di cattiveria a lungo alimentata e basata solo sulla volontà di condivisione dell’orrore di una vita lucida.
Noi siamo gli emarginati che provano gioia dei margini, i coartati a vedere, gli esclusi con fierezza.
Quello che leggi c’entra con quello che pensi? Quello che trovi è coerente a una aspettativa mai promessa eppure creata?

Io sogno l’inferno mentre tra tutte le capacità umane rimane solo un desiderio di dissipazione.
Oh inferno! Fertile madre di metafore. L’inferno è farlo ancora, perseverare, ripetere lo schema, tranquillizzarsi nell’errore. Ripetere lo sbaglio consegnando l’idea di essere umano. Edificante ma non educativo.
Noi esercito di stracci e lebbra, noi armati solo di utopie sconfitte, noi figli di albe ladre.
Riesci a tacitare i tuoi pensieri mentre leggi quelli altrui? Riesci a confrontarli, a mischiarli, a confonderli? Riesci a chiuderti in una domanda chiusa su delle domande aperte?

Una guerra civile dentro, cellule che attaccano cellule, frammenti di DNA che chiedono la secessione dall’elica, fratelli che uccidono fratelli, globuli che non riconoscono come simili altri globuli, padri che massacrano i figli, amici che tradiscono ex amici. Un inferno dove il desiderio è la dannazione. Ogni cosa è spinta al punto di esplodere, tutti i punti fermi sono costretti a crollare, gli emofiliaci devono sanguinare, i diabetici sono debilitati da discorsi sdolcinati. La lotta con il mondo è una pretesa a sanguinare proprio nel momento in cui sei dissecato nelle ripetizioni non emozionali di un grigio automatizzarsi e spegnersi.
Noi allevati selvatici, noi morti addomesticati, noi votati a rinunciarci.
Le emozioni sono scompensi chimici che non capisci e quindi non vuoi gestire?

E cantavamo ebbri, e ascoltavamo razionali. Ora che siamo stalker, ora che studiamo da mobber. Difendere la propria privacy – a me non me ne è mai fregato niente, penso sia sconvolgente – con la paranoia, perché su internet girano i lupi cattivi, la rete è la trappola, la rete è inferno per noi bravi bambini costretti a comunicare. È come qualcosa di simile alla prima volta che vedi la tua immagine riflessa nello specchio, la diffidenza del riconoscersi, tra lo spavento del scoprirsi e il tentativo di fuggire dalla rivelazione. Come le fruste e le manette che ritrovi dopo averle nascoste troppo bene in soffitta.
Noi deformi senza specchio, noi piatti, noi informi.
C’è qualcosa che non ti ricordi ma sembra riecheggiare?

Guardami non vedi che occhi stanchi? Non noti questa tristezza che mi affoga? Come fai a non vedere? Non comprendi che questo è solo un annuncio di un’azione che non ci sarà mai? Non senti che questo è un urlo per sordi, una vendetta per un torto mai avvenuto? Non hai voglia di vedere la speranza davanti al plotone di esecuzione della coscienza?
Noi che la presunzione sfida la follia, noi che la convinzione duella con la paranoia, noi sgherri di un sistema che odiamo.
Hai delle risposte anche se nessuno ti pone delle domande per il semplice motivo che sa che non le leggerai?

Troppo ampia la solitudine, troppo vasta e desolante, infiniti i suo confini per poter riuscire a entrarci o solo riuscire a vedere uno dei suoi limiti ponendosi sul suo opposto confine. Qui si affonda in sabbie immobili di pensiero mentre moltitudini rimbalzano sempre lo stesso messaggio con annoiato entusiasmo, con tralatizia convinzione, con incompreso trasporto, riaffermandosi in qualcosa altrui, umanizzando in pianeti alieni.
Noi aborti di vita, noi umiliati, noi derisi.
Quanto sei disposto ad accettare il fatto che comprendersi è porre fine a un modo di essere che coltiviamo dall’infanzia e non osiamo seppellire neanche dopo che prendiamo atto che non siamo le divine entità al centro del mondo ma fragili meccanismi destinati a morire?

Ci consumiamo nelle parole di una comunicazione che ci esaurisce e ci rende esausti senza mai essere esaustivi. Ogni concessione alla comprensione è un sacrificio epocale, l’olocausto dei bimbi deformi del villaggio, esposti all’inferno della furia civica, travolti da un destino cinico a forma di cattiveria dei bravi cittadini della polis, troppo concreti per essere disposti ad accudire i mostri che devono essere rispediti all’inferno per compiere la necessaria demonizzazione, per scacciare le paure e ritualmente sopprimere il diverso che destabilizza una comunità.
Noi compressi nelle righe, noi inchiodati nel silenzio, noi sponde atone, noi rive anecoiche ovattate come morte giovane.
Non sembra anche a te che l’inferno sia semplicemente il penetrare nel profondo delle cose del mondo e scoprirle senza mistero ma solo terribilmente simili a noi, vuote in profondità e prive di senso escatologico?

Recipienti senza fondo condannati al vuoto, senza fine. Clessidre sfondate. Dopo una parola un’altra ancora. Dopo un punto un’altra frase, dopo l’epilogo una postilla e poi una postfazione. Di postfazione in postfazione fino a che non ci si sveglia morti ma con almeno ancora una parola da dire, una parola incastrata nel nostro inferno, una formula mai spesa che ha in sé il concetto di fine senza poterlo essere.
Noi bambini puniti con il buio, noi impauriti dalle ombre, noi devastati dalla paura di essere giudicati, di essere scoperti per quello che siamo e per quel poco che valiamo, noi terrorizzati dall’inferno raccontato dai padri.
Neanche qui riesci a trovare il significato, la prova di essere individuo solo perché esiste una massa e di essere vivo solo perché esiste una fine, di essere senziente perché comprendi che non c’è un senso?

Ogni mancanza qui è una comprensione, ogni assenza è una carezza. Vi invito a votare scheda bianca e quindi ogni scheda vuota mi si potrà riferire, vittorioso. Incoronarsi in un regno d’aria per dominare una’esistenza sentimentale popolata di personaggi immaginari.
Noi librati in aria senza un progetto, noi invisibili, noi intoccabili, noi segnali digitali, noi vuoti a perdere, noi hic et nunc, noi qui e mai là, noi buffoni nella corte del grottesco.
Non pensi che le fantasie secolari siano il simbolo di qualcosa ma nulla più? Non vedi che le parole non ti hanno portato a nulla, ambigue, evocative, bastarde traditrici? Non percepisci che l’inferno è questo?

Troppe metafore non portano nulla, sono solo un artificio retorico per nascondersi, lo scudo della propria incapacità. Troppe parole, troppe pretese, cioè si pretende troppo senza chiarirne lo scopo perché semplicemente, non lo si conosce. E si vuole pretendere qualcosa da noi, chiedere il conto a me + qualcun altro che sia così noi, un io bambino, un io impaurito dall’inferno, un io che si nasconde dietro a uno specchio e conta “due!” ma sconta una moltitudine. Chiedere sempre di più a chi non ti legge e non ti legge senza bisogno di essere esortato a farlo, e questo perché a chi non esiste puoi chiedere l’infruttuoso senza averne lamento o ripicca. Per noi – che è la crasi di un anagramma che contiene un no e contiene un io – puoi fare del sogno delle parole un mentore fidato e poi combattere con calma con l’inferno del Giuda delle incomprensioni, di quel vago sfiorarsi senza mai congiungersi, di quel parlarsi senza ascoltarsi, di quel narrarsi senza narrare.
Girano le lancette, scatta l’orologio, è un ora di non-lettura per noi e tutto va bene. All’inferno.

Indice di leggibilità: 49

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  1. Gio
    28 ottobre 2010 alle 11:26

    All’inferno io ci vado con la voce di LaBrie.
    Tanto per fare differenza tra una buona o una pessima volontà di emarginarsi dall’ipocrisia.
    Mi porto pure un paio di libri.

  2. 28 ottobre 2010 alle 17:26

    Un paio di dozzine, almeno.

  1. 19 dicembre 2010 alle 15:17

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