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Confessione per esasperati

Max Ernst, La Femme 100 Têtes, 1929

Ecco l’autobiografia del mostro, scoperto il diario dello psicopatico! Non puoi sfuggire all’auto descrizione di un serial killer anche quando sei consapevole che tutto quello che scriverai verrà usato contro di te. La finzione si trasformerà in confessione quando un lontano sospetto si poserà su di te e sulla tua ingombrante alienazione.
Perché vi convincete che il vero non possa essere strano (weird)?
Che le parole cattive non possano essere vuote come le parole buone?
Che chi scrive per cercare di inquietare sia inquietante?
Che l’oggetto dello scritto sia uguale al soggetto scrivente?
Che un codice linguistico renda tutto una parata di fenomeni da baraccone, di curiose bizzarrie umane (freak show)?

Sono non-domande e non esistono risposte da disprezzare e su cui sputare dato che vi siete chiusi fuori. E lì fuori vige una tirannia di estetica opaca e defunta mentre le cose più bella di tutte, davvero, sono le opere d’arte. Non i capolavori trasformati in segnalibri e poster da cameretta. Non le stampelle del potere, né la complicità nella propaganda divina. E neanche necessariamente manufatti in foggia di dipinto/scultura/romanzo/monumento. Mi riferisco, invece, a ogni atto e pensiero, umano e sociale, che in qualunque epoca sia stata inserito in ogni tipo di index librorum prohibitorum. Quelli sono i capolavori gratificanti anche perché omaggiati da ogni tipo di censura religiosa, politica o sociale. Verso essi si deve provare attrazione perché definiti osceni, blasfemi, pornografici, immondi, diabolici, diseducativi, sporchi, decadenti, immorali, controproducenti, laidi, pericolosi, sediziosi, disfattisti, decadenti, plagianti, contro l’ordine costituito, in attacco ai valori tradizionali, malati, criminogeni, spazzatura, relativisti, modernisti, non patriottici. E non importano le riabilitazioni postume e le abiure degli impositori di abiure. Gloria eterna e santificazione in terra per eretici, scomunicati, empi, provocatori, peccatori, emarginati, censurati, cattivi maestri, messi all’indice, gli spinti alla vergogna sociale, gli apostati e gli atei, i nichilisti. La verità è terribile e merita crudeltà, i sogni sono pericolosi e meritano ostracismo. Vedere che l’impossibile è possibile destabilizza e noi vogliamo solo una tranquillità funebre. Non smettere mai di dissimulare!
Cosa farai dei dogmi quando li vedrai confutati?
Come farai a vivere senza certezze?
Come puoi accettare un’altra versione, un’altra interpretazione, parole diverse?
Tutti pazzi, meno i sani, tutti insani meno i pazzi. Non si rinuncia alle certezze delle statue e all’eternità innata nelle iscrizioni delle lapidi perché è una buona tattica rinunciare alla personalità per distruggere l’identità e distruggere lo specchio per esercitare un odio e rinnegarlo.

E poi sempre la solita domanda perché tanto odio?
Come è mai possibile?
Come si giustifica?
Già, chissà, perché?
Non so il perché, quindi non c’è nessun motivo per applicarsi nel racconto, nella descrizione accurata di avvenimenti quando l’unica cosa che conta è la tensione, il movimento sotterraneo che spinge verso qualcosa oltre il senso incompiuto delle parole. Qualcosa dentro o sotto. Tracce di pericolo, indizi di follia, vibrazioni preoccupanti. Come l’odio degli esclusi o la violenza lungamente covata degli oppressi. Similmente all’odio dei colonizzati e all’umiliazione ben custodita nelle generazioni degli schiavi deportati dall’Africa. Tutto quello che hai è la condizione di emarginazione, un compulsivo sbattere la fronte contro gli spigoli dei margini velenosi della società e solo così riuscire a scontrarti sul limite, il tuo, il necessario confine che ti definisce mentre, contemporaneamente, ti sotterra, stravolto dalla sensazione liminale di essere a un passo alla caduta, soggiogato al richiamo vertiginoso del baratro, al vuoto che ti chiama, mentre ti odi emettere lo scricchiolio sinistro di una struttura massiccia sul punto di crollare, come fossi l’orlo invitante dell’orrido. Fa paura, ma solo se non la finisci di esercitare rimozione.

Non basta rinnegare e irridere Eschilo per non sentire la condanna tragica di ogni respiro, l’affanno disperato della ricerca di un’aria sempre più rarefatta da una colpa indispensabile anche negli innocenti perché la colpa ha un destino preciso quando nasci già segnato e sai che di fronte hai solo giorni da scontare, è dura ma ce la puoi fare, sono secoli ce la facciamo, sono millenni di consapevolezza inchiodata – addirittura –  nelle peggiori illusioni soprannaturali. Trattieni il respiro per riuscire a sentire i tamburi di guerra del sangue furioso e riesci a farti accecare nella lucidità perché sai cancellare millenni di storia e intere biblioteche strabordanti di polverosa saggezza, sai di poter realizzarti nella frustrazione fino alla consunzione completa, fino a fare affiorare i nervi, a scoprire le terminazioni, fino a far esplodere le arterie perché sai abbandonarti al raptus paranoide che, finalmente, tutto riesce a spiegare. Tremendamente iroso e travolto nevroticamente, ti presenti, idrofobico e sconvolto, per consegnare il peggio di tutto quello che hai imparato ai cultori della lobotomia degli affetti.

Sospesi in bilico sull’orlo del vuoto che divide il mito della caduta dalle religioni dell’espiazione mentre i pensieri implodono in circuiti otturati da pochi concetti ma seriamente dannosi, il fiato si spezza nel delirio da urlare, ogni contraddizione nasconde una verità mentre ogni coerenza è un inganno perpetrato alla tua libertà di sentirti peggio di quello che gli altri presumono dovresti sentirti. Tra tutte le aspettative assurde che ci hanno circuito nella crescita, l’unica possibilità di sfiorare la condizione di senziente è quella di esasperarsi nel sentire rendendosi atoni alla mediocrità, portarsi al limite della sopportazione della rabbia, esplodere nelle negazioni per riuscire ad affermare qualcosa. Non importa nulla cosa sarà delineato perché l’esercizio di stile comincia a grondare sangue, la voce impostata si rompe in isteria tremante e lo sterno oppresso non riesce più  a tenere a bada i polmoni impazziti. La predicazione delirante scivola in rivelazione di sogni sopiti e in epifanie di passati incancellabili, la folla attonita alza le braccia per lapidare il killer il cui ultimo atto, prima di scomparire nella sua poltiglia di carne e sangue, è una ferma e sincera confessione. Guarda quelle mani che tremano di indignazione di fronte al Male. Guarda quelle dita stringere le pietre e non vergognarsi del Male che stanno per scagliare. Guarda gli innocenti giudici assassinare l’Assassino. Guarda il sangue del Colpevole schizzare sui vestiti candidi dei lapidatori.

Ma ogni parola di quel che dice l’Assassino prima di giustiziarsi, il verso proferito anche in un epilogo senza fuga, anche nell’angolo estremo in cui nulla si può perdere, manco l’onore mai posseduto, quello che morituri proclama è, infine, solo menzogna in un’ultima immorale irrisione del proprio sangue da versare: “State tranquilli io sono diverso da voi”.

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