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Suono la canzone d’odio che mi sono scritto

14 ottobre 2010

Adrian Ghenie, Pie Fight Study 2, 2008

La risposta è no e non mi importa la domanda.

Quali i colori che vedi nel buio, quando non ce la fai più – fuck you – dove sei? Muori ogni giorno con i tuoi dei – you say – mentre io sono il mio unico fanbang that head – e se le tasche sono troppo strette – down in the streets – per contenere la rabbia allora alza le mani – too many people say you’re not ok – per la solita resa all’odio. Gli scheletri nell’armadio ballano schiacciando i sogni soffocati nei cassetti almeno che fino a che nessuno li guarda mentre la galleria che si scava ci crolla alle spalle e l’ultimo post che pubblichi distrugge ogni pensiero passato.  Bisogna interrare tutti i libri che danno solidità filosofica allo schifo di sapore che rimastichi perché quello che si sente non riesce mai a superare quello che conosci e se puoi contare le parole spese allora puoi anche tenere la contabilità del disagio – people are a social disease–, dei silenzi, delle sillabe sofferte, degli sguardi abbassati, degli istinti soffocati, delle cicatrici sotto le maniche lunghe.

Fai attenzione questo brucia, urtica, taglia, scortica, puzza. Questo è l’acido, la lama, la merda, la scoria, la tossina.

Tutto è chiaro alla fine, la lontananza, il dolore, il risentimento, la morte, la solitudine, la malattia, l’esclusione, la schiavitù, l’angoscia. Il riconoscersi. Lo scoprirsi individuo in una storia senza soggetti, il rappresentarsi anonimi in una landa di marchi definiti, riscrivere i classici con una trama che abbia solo inizio e fine e, in mezzo, niente. Nessun suono, né eco, ne luce, né riflesso. Nessun sentimento – men to mean nothing – da coltivare se sai affondare, nessuna finzione da interpretare se riesci a rinunciare o se hai la fortuna di nascere con una cattiveria naturale e puoi goderti il cinismo di pasteggiare egoticamente con l’altrui ottusità e conformismo. Coltivare il processo – process to belief – naturale di debolezza e bramosia per far germogliare il rancore e far marcire la percezione per distillarne indifferenza. Sopravvivere a scapito dell’altrui linfa vitale. Il vantaggio di una solitudine genetica è che nessuno ti può abbandonare.

I parassiti governeranno la biosfera.

Puoi seminare dubbi per raccogliere anestesie e collezionare vergogna su vergogna, bugia su bugia – buy this shit – , compromesso su compromesso costruendo un monumento alle indecisioni di una misantropia troppo spesso frenata, anche se nulla vale e nulla ha senso. Lo testimonia un ormai ipertrofico catalogo di odio con non ha obiettivo perché non c’è nulla da dimostrare. Nessun occhio da scrutare, nessun gelo indifferente da descrivere, nessuna opacità anaffettiva di cui aver paura, nessuna durezza interiore da temere, niente luce spenta da dipingere al buio. Non c’è nessun errore da dimostrare, nessuna follia da curare, nessuna merda di carità o beneficenza che possa tacitare la cattiva coscienza, nessun orrore che non sia stato applicato su larga scala, nessun essere umano altruista, nessuno trasparente o sincero, nessun recupero, nessuna scusa, nessuna scorciatoia, nessuno innocente.

Un omicidio di massa è esattamente come – come as you are – un gesto maleducato, sono solo potenze di numeri umani.

Lottare e resistere è solo il prologo di perdere e arrendersi come anche combattere e contrastare, rifiutare e estraniarsi. Quanto ammiri i martiri falsi e gli eroi stupidi? Tutti idioti uguali, tutti vuoti, senza vittoria, né vera, né morale, perché non esiste vittoria indipendentemente da quanto riesci a gonfiare la tua paranoia, la tua psicosi, la tua ostilità. Alla fine della guerra – è sempre guerra, lo è comunque sotto diverse forme e lo sarà sempre – scopri che la guerra non ha fine e dopo che hai perduto non puoi arrenderti. Bisogna avere la certezza che quando avranno bisogno tu non ci sarai, quando vorranno conforto tu ti nasconderai, quando vorranno le scuse tu non le porgerai, quando vorranno vederti crollare rimarranno delusi, ma quando vorranno rimuoverti ti rimuoveranno. Intanto lucidano le targhe in memoria, sventolano bandiere, piangono sulla celluloide, si commuovano di una morte su un milione, erigono santi gli assassini, leggono falsità, credono nelle menzogne, venerano invenzioni schiavizzanti, fanno promesse che non possono rispettare, si riempiono di vuoto, dissimulano l’odio.

Amici e nemici siete, tutti, solo un epilogo.

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  1. 3 dicembre 2010 alle 19:06
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