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Mi puoi stringere perché non ci sono

Una delle possibili rappresentazioni di Progvolution

Grazie a Cube in the desert

Non mi sono mai chiesto cosa vedi quando ti parlo e cosa provi mentre mi leggi. È probabile che il senso malato che sento descritto venga visualizzato in modo ancora più nero di quando io lo sento grigio. Nessuno meglio di me – lasciatemi illudere – sa che le parole tendono a fallire per approssimazione, per povertà di chi le usa, per presunzione autoreferenziale, per l’ambita Babilonia virtuale di codici mai integrati. Le parole mancano il bersaglio o – ed è lo stesso – lo superano. Qui non puoi cercare un’identità che non esiste prima, qui non puoi mostrare un viso che non senti importante perché la spendita di un viso solo immaginato amplifica l’affogamento della chiarezza mentale mentre le parole fluttuano nel silenzio di un volto nascosto.

 

Tu che leggi non puoi fare a meno – anche se questo non è lo scopo e non di interesse o utilità per alcuno – di costruire liberamente l’identikit mentale di Progvolution perché siamo esseri giudicanti che si riuniscono in giuria per condannare o per consolare e lo facciamo senza scopo o cattiveria ma per semplice indole. Si può immaginare un figuro tetro e isolato al di là dei bit e pensare di percepire la verità altrui mentre in realtà si lancia un boomerang di ricerca personale che si schianta nello specchio della solitudine di una condivisione impossibile.

Nel mentre mi abbarbico nella volontà di espandere tutta la mia ridicola pericolosità forse non faccio che creare icone per altri menti fragili come le mia che vogliono visualizzare il mio odio e la mia disperata ricerca di acclaramento della sconfitta al solo fine di poter ritrovare la propria. Mi puoi stringere perché non ci sono, credermi meglio o peggio – è uguale – perché in realtà non esisto, anche se sembra che mi stia strappando di dosso una parte di corpo o di quell’altro orpello indefinibile che appelliamo anima, per lanciarlo contro il mondo crudele, utilizzando strumenti apparentamene di massa ma che che declinano in media individuali. Lo scritto enucleato dallo scrivente è semplicemente una maschera più veritiera della persona e la persona può anche non esistere, anzi sicuramente non esiste, ma la maschera continua ad avere vita propria, rimanendo comunque vera ma non rappresentativa.

Qui io sento di inserire tutto contagio di cui sono capace eppure vi sento asciutti mentre piove su di me, tranquilli nell’angoscia, pasciuti nell’inedia, in coma nella rabbia, qui mi si può percepire quasi reale anche se sono permanetemene assente, definitivamente incorporeo, dichiaratamente post umano come esige il gelo della comunicazione binaria. Questo nulla percepito lo puoi rappresentare e sarà un drappo nero informe, grezzo nella sua realtà e offuscato dalla sua falsità perché ciò che non c’è non si può rappresentare finché continua a definirsi solo per negazione. Noi tutti saremo icone divine, cioè fallaci rappresentazione di idee umane.

Se l’attenzione richiama attenzione, l’abbraccio richiama l’abbraccio, l’interessamento un interessamento, io dico di no, dico di no a qualunque reciprocità, a qualsiasi corrispettività dello scambio. Anche se non ci piace, questo è un senso unico e nessuno scorre mai nell’altro lato della strada. Il percorso è desolato e io non cerco, non seduco, non conquisto perché nulla mi interessa per il semplice motivo che riesco a disinteressarmi con facilità di un mondo interessato, un complesso sociale che si vende con la leggerezza della meretrice sfruttata dal disagio mentale mentre io mi sento difficile, anche se, ovviamente, non inespugnabile. Bisogna realizzarsi anaffettivi in un mondo anaffettivo che si finge empatico, bisogna costruirsi indifferenti in un’umanità indifferente che propaganda solo nei proclami la world care, bisogna crescere violenti in un globo sanguinario travestito da agnello immacolato ma infornato.

Cura la tua fortuna e non fare nessun affidamento su quello che cogli nel vago sventolare di bandiere astratte perché io sento solo un vento contrario e maligno con cui divido le boccate delle sigarette. Siamo soli, io e (è) questo alito maligno, non c’è spazio per nessuno perché la solidarietà è la più vuota tra le parole ingannatrici. Sappi che bisogna perdere e disperdersi senza cura di sé, siamo solo falsi idoli vuoti di cui non conosciamo i nomi, perché sono inutili – come ti chiami? – come ti vuoi chiamare? – ora che il tuo avatar ti rappresenta più di un cognome nell’Anagrafe delle incomunicabilità plurali.

Il dipinto delle percezioni ammalia e, se funziona, disturba; se fosse una questua di conoscenza sarebbe come uno schianto insanguinato sui lividi di un ritratto iper realista. Quindi osservami con attenzione perché sto studiando per l’invisibilità, specializzandomi in elevazione (o sotterramento che è uguale) come un vecchio illusionista bolso e fallito ossessionato dai suoi artifici da trenta soldi di latta. Cogli pure tutti i particolari che cerchi perché sono informe. E, infine, come quando scorgi qualcosa nel deserto, guardami in alto a destra di questo post perché io sono così. Sono anche in mille altri modi che si possono percepire e che io neanche immagino nella mia limitatezza e nel mio coinvolgimento nel culto apocrifo del mio personale altare a forma di ego. Posso solo immaginare l’esistenza di altre innumerevoli fogge che sfuggono dal mio controllo, volontà e coscienza, in articolazioni che posso odiare o mi possono far male. Un fantasma lo puoi creare in ogni modo perciò io posso essere anche così, mi piaccia o meno.

Indice di leggibilità: 46


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  1. 9 ottobre 2010 alle 17:22

    sai cosa arriva? una preoccupazione triste.. questo, arriva.
    Ed è strano, perché preoccupazione è un sentimento tanto ‘umano’ rispetto a quello che le parole -qui- impongono agli occhi. Poi, ok, sono solo parole..e c’è tutto quel discorso qua sopra, forte e chiaro, eppure.
    Non so, empatia è qualcosa di molto grande, difficile da tirar fuori, ma ci si può imbattere in accomunanze a volte, si. E accade a prescindere da tutto. Accade e basta. Se ne prende atto, così. Comi si prende atto di questo post.

    • 9 ottobre 2010 alle 17:43

      L’accomunanza. Giusto, è vero, accade, ma rispetto a cosa? All’avatar o alla persona? Potresti ribattere che le due prospettive dovrebbe coincidere eppure, forse, talvolta, volutamente o no, non è così. Alla fine qui scrivo solo “attenzione!” ma sai a cosa? Non al lupo, i lupi dichiarati sono bestiole innocue, ma agli agnelli spelacchiati rappezzati come bestie feroci. Quelli sono una vera delusione.

  2. 9 ottobre 2010 alle 18:23

    Nè avatar, nè persona. Semplicemente rispetto a quello che si legge. Non c’è poi così tanta interpretazione, se si bada solo ai concetti espressi.
    Scrivere “attenzione” è una premura che contraddice molto di quello che è in questo post. Umano, inteso come lo intendeva Terenzio, per capirci.

    • 9 ottobre 2010 alle 18:47

      Io non faccio che contraddirmi, come lo intendeva Whitman, e sono premuroso solo nei commenti. Forse è in linea coi i concetti espressi. Forse no, perchè io (si parva licet) e Terenzio diamo un diverso valore al concetto di estraneità. La sua estraneità e umanità era a.C., la mia è post moderna e post umana.

  3. 10 ottobre 2010 alle 13:27

    Eppur si muove. Mi sento un pò Galileo..

  1. 14 dicembre 2010 alle 08:47
  2. 21 dicembre 2010 alle 23:56
  3. 28 dicembre 2010 alle 23:40
  4. 21 maggio 2011 alle 00:06

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