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Il mio peggio è la cosa migliore che posso implorare

1.

La cosa peggiore in assoluto sono le vetrine illuminate, le offerte che durano solo un giorno e che ti costringono ad affrettarti donandoti un sottile ma denso senso di angoscia, le donne poco vestite e l’odore del cibo malsano che viene lasciato maliziosamente effondersi al di là degli stretti usci dei bugigattoli dove gira infinitamente il kebab. Insomma tutto ciò che scatena desiderio. Rinchiusi dentro una gabbia in cui le noccioline sono i desideri e il pungolo le frustrazioni delle volontà infrante, mentre cammini nelle vie dello shopping un sabato mattina che sembra di essere comparse scritturate per l’ennesimo film sui morti viventi.  Io ho smesso di respirare da un paio di anni perché non lo trovo più utile, preferisco un’apnea continua fino a che non avrò concluso la mia lista dei desideri che, però, continua ad allungarsi da sola.

Cammino e in testa ho l’eco, a intervalli regolari, qualcosa del tipo eggio – ggio – io. Allora, per non sentire la solita maledettissima e infida caducità mi butto al trotto dentro le tribù stritolate dall’ossigeno e triturate dalla mancanza di lame miracolose che possano salvarci in eterno. Qui si vivono le macerie della scrittura prostrata e delle parole deluse dei cartelloni pubblicitari finalizzati a umiliare l’intelligenza umana di gente barricata nella fretta, che annaspa negli orologi ma che riesce a captare i salvagente per la propria insicurezza. È la miseria del menefreghismo ecumenico che esalta il luccichio vacuo dell’attenzione al rumore di fondo dei superlativi, della teatralità vuota di una felicità da incorporati in cataloghi di mobili fatui. In mezzo a falsi artisti, scadenti musici, mendaci scrittori tutti all’asta per piazzare un jingle o uno slogan, e travolti dalla critica museale esposta al museo, il peggio di quella che è l’unica musa sopravvissuta alla strage dell’arte – la business art al guinzaglio del marketing – ha in serbo un’unica cosa per il valoroso popolo denaro munito, insomma per (quasi) tutti noi che abbiamo ricevuto in regalo due cerchi nella schiena in qualità di target dei cecchini che si appellano della nciùria di creativi. Come i migliori demiurghi – tra i tanti che la superstizione umana si è servilmente accollata – ben sanno, la creazione più grande è la morte, il capolavoro del sublimarsi di chi crea dal nulla e nel nulla genera la propria definizione e anche i tempi moderni riescono a proiettarsi all’assoluto grazie al mortifero appestarsi del messaggio messianico di conversione di sé stessi in merce.

2.

Oggi è lunedì e ipotizzando che, salvo brevi interruzioni pubblicitarie, vivrò circa 77 anni ho davanti altri 2.260 lunedì come oggi, tali e quali, una riproposizione unisona quanto transitoria. Penso che sarà una sorta di conto alla rovescia. Oggi – 2.259, e via. Qualunque gesto io decida liberamente di ripetere ogni mio lunedì si ripeterà ancora 2.259 volte. La cosa potrebbe destabilizzarmi ma non è la peggiore di oggi. Il peggio di oggi è – e sono solo le 9 – è l’inizio, l’infilarsi di nuovo in sentieri consueti che però ogni volta mi fanno sentire perso e cadenzato in un ballo tarantolato di nebbie mentali. Ogni mattina non conosco la strada e la cosa mi secca come non mai soprattutto perché questa è la mia città. Odio sentirmi così, dovrei sempre portarmi una mappa perché odio chiedere informazioni, odio quegli sguardi compassionevolmente superiori di chi ti dà indicazioni stradali sbagliate a bella posta, o per cattiveria o per confusione condivisa.

La città è violenta con sé stessa e con i suoi lemuri, i parassiti urbani mammiferoidi che infestano le pure strutture di asfalto e acciaio, la metropoli, anche quando è solo villaggio (non globale), è arresa alle macchine e prostrata a delle architetture incoscienti studiate forse per generare infelicità da colmare altrimenti che nel persistere e vivere nei luoghi. Tutto è insensato, crudele e demente, almeno così mi pare mentre scivolo nel mondo, radente ai muri, marciando col piede sul cemento, con un occhio al rosso, uno al verde e un orecchio al giallo, mi spiccio in questa urbanizzazione di cemento che è una tabula rasa, grigia e depressogena. Le uniche cose liete delle città sono i negozi, i templi della spendita del tempo, nel senso di compravendita dello stesso per farlo passare come passa-tempo. Le persone pascolano tra la parte est e la parte ovest della città seguendo la pista della frustrazione, con le autoradio che vomitano musica scadente e parole sciocche di dj (acronimo di devastata juventus) impresentabili e inassimilabili. Bisogna difendersi dai figuri bendati in modo permanente che affollano le vie, che intralciano i toponimi, che rallentano il traffico, costretti in latex opprimente di orari impossibili, infarciti a forza delle più assurde amenità e corsi astrusi quale pietosa finzione al vendersi impegnati e lontani dalla noia, laceri di vestiti profilati e cuciti da schiavi del terzo mondo e venduti nelle bare asettiche e luminose dei grandi gruppi di distribuzione da commesse con il piercing in bocca che vogliono convincerti – con quelle parole impastate che si impigliano nel metallo chirurgico impiantato per titillare la testa del cliente – che ogni cosa dona a chi la prova, grassi di fast food o magri di palestra, sporchi di lampade U.V.A. o pallidi di bile cittadina.

3.

Assolo trito: al peggio non c’è mai fine.

4.

Bisogna guardarsi da loro e – ancor peggio – dai loro figli. I bambini con i lori irrazionalismi isterici sono i consumatori perfetti, non accettano ragioni e non credono nella mancanza di risorse, una sorta di neoliberalisti in nuce. Scrutano le vetrine come i radar dei bombardieri nucleari e scovano il giocattolo più becero, indecoroso e costoso. Lo vogliono e cazzi vostri, lo vogliono e basta. Al primo no insistono, al secondo piangono, al terzo puntano i piedi, al quarto innestano la sirena, al quinto hanno vinto. I genitori cornuti e protestati entrano dal gioioso e laido negoziante e acquistano La giovane Giovana, bambola peccatrice ma redenta. Il set comprende mini abitino in pelle maculata, pesante make up da apporre al muso dell’orpello umanoide plasticato, frustini e love toys, crocifisso, cilicio, lacrime di batrace, mini confessionale smontabile. Lo strillo sulla scatola dice:

”Scatena Giovana, prima pecca e poi si pente. La confezione include vere lacrime di coccodrillo e un buono per avere uno sconto del 50% per attivare un’assoluzione plenaria. Non perderti la bambola più trendy dell’anno”.

“Fare tendenza”, ripeto, mentre guardo le orbite vuote orrorifiche e i buchi del presunto viso, tendere a qualcosa che sia sempre peggio di prima, almeno così lo interpreto.

5.

Ma peggio di tutto, è ovvio, ci sono io che decido di regalare a uno sconosciuto un pacchetto di tenebre. Questo mio peggio potrebbe risultare il meglio per qualche altro essere proveniente da altri lontani pianeti di sistemi non solari. Forse non sono mai stato pronto alle critiche esattamente come ai complimenti e questo mi genera angoscia come il non provare quello che certi spot mi dicono che dovrei provare e come non vivere dentro merci che dovrei percepire come mie. Allora distolgo lo sguardo per non vedere, e piego la testa per non capire, metto gli auricolari per non sentire. Nulla di peggio di isolarsi per non affondare, di isolarsi tra quelle facce ogni giorno estranee anche se viste e riviste ogni mattina come nelle peggiori corvée oniriche imposte dai rulli compressori di una società onnisciente che non sa più fantasticare. I navigatori senza bussola persi nella notte senza stelle, 2.259 percorsi da ripetere fino in fondo perché la fine è la cosa più importante, perché le storie le raccontiamo sapendo che l’ascoltatore attende solo il finale che tutto riempie di senso. Ma il finale è peggio dell’inizio quando si riduce a essere solo un altro inizio, un altro lunedì, un altro ciclo demoniaco di ripetizioni degli errori sociali e delle pecche personali, un altro stolido farsi male di consumo e di vano desiderare tutte le mancanze che ci assediano mentre le gambe si buttano a precipizio nelle stesse strade da ri-percorrere sempre di buona e ottimistica lena, 1, 2, 3 e 2.259 volte.

Indice di leggibilità: 50


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  1. 4 ottobre 2010 alle 13:32

    Ottimistico, per essere un lunedì.

    • 4 ottobre 2010 alle 17:35

      Sì, un post motivazionale per chi fa fatica ad ingranare il lunedì.

  2. Gio
    5 ottobre 2010 alle 14:33

    Nome a parte condivido il pensiero sugli orientamenti da radar nuclceari dei piccoli consumisti.

    • 5 ottobre 2010 alle 18:06

      Spero tu abbia notato la voluta mancanza di una enne e la sperata assonanza con giovane.

  3. Gio
    5 ottobre 2010 alle 21:31

    Sono persa ma stavolta l’avevo notata, non garantisco per la prossima occasione 🙂

  4. 7 ottobre 2010 alle 19:05

    infatti sei troppo raffinato Prog 🙂
    forse iniziare a non provare angoscia per non essere omologato sarebbe un ottimo primo passo. Sei spietatissimo, efficace e acuto nell’osservare la moltitudine di consumatori coatti, non farne parte IN QUEL MODO dovrebbe inorgoglirti non angosciarti. Ma forse non ho afferrato il vero senso di questo post e se è così fai finta che non sia intervenuta. Ciao Prog…pensa…domani è venerdì!

    • 7 ottobre 2010 alle 19:12

      Puoi sentirti diverso dal sistema ma sei sempre parte del sistema, non è abbastanza angoscioso?

  5. gio
    7 ottobre 2010 alle 19:26

    Osservo gli sciacalli agitarsi ma sono cosciente di esserne parte.
    L’ipocrisia o il desiderio di migliorare possono farci sentire estranei al mondo in cui viviamo ma una morale sadomaso unisce con fili invisibili il mattatore alla vittima.

    • 7 ottobre 2010 alle 19:32

      Perfetto. Io ho smesso di assolvermi, ogni problema è un mio problema, è anche colpa mia. Nessuno si può tirare fuori. No one is innocent.

  6. gio
    7 ottobre 2010 alle 19:49

    Sicuramente non lo sono i Sex Pistols.

    • 7 ottobre 2010 alle 19:55

      Almeno loro erano una truffa dichiarata: r’n’r swindle!

  7. gio
    7 ottobre 2010 alle 20:34

    eh eh
    🙂

  1. 21 dicembre 2010 alle 23:56
  2. 28 dicembre 2010 alle 23:40

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