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L’abbattimento di alcuni valori estetici

L’abbattimento di alcuni valori estetici

Qualcuno deve darmi conto di questa mia spietatezza. Di questo ostile osteggiare il genus e di codesto sprezzante disprezzare la species. Quando la specialità sono gli addii strutturati infilati in coda a monologhi declamati da un palco, ma solo dopo che gli astanti hanno evacuato la loro presenza. Ognuno è – a sua insaputa – inserito dentro a molte statistiche e anche se non ci capisce nulla,  intuisce il tragico sospetto che quelli nel riquadro siete voi, con i vostri insulti e gli insulsi modi di sprecare il tempo e la vita e quindi – sensatamente – non ci resta che intonare una canzone d’amore marciaUna melodia analgesica e priva di colori per intontirvi giusto le ore necessarie a concepire un modello sociale di un giorno a-la farfalla, per rendere gradevole l’operazione di annodamento, per coprire l’odore sgradevole che assale la bocca, per continuare a scivolare senza intoppi nel plasma morto del meccanismo.

Così tanto stile, sai, talmente tanto rispetto, credi, da non esistere, da risultare  estraniato, evanescente, invisibile, sparito nell’eroismo del lasciar vivere e del non disturbare. La perfezione assomiglia allo sterile specchiarsi in valori incorporei, solo appena alleviata dalla distruzione di alcuni valori estetici tramite la quale accumulare qualche buona dose di disprezzo da nascondere e tenere buona per l’astinenza degli inverni rigidi che verranno. Nessuna sorpresa o comprensione, nessun tentativo in quel senso, ognuno ha la sua scatola inespugnabile, inspiegabile, non contrattabile. Se ti vuoi spiegare, mandami un messaggio elettronico, se mi vuoi guardare sbircia il profilo e lascia nella cassetta degli attrezzi le tristi menzogne e le terribili scuse che non incantano.

Quello che appare, è, questa è una condanna e un dogma, un olocausto glitter, un la-la-la ortodosso a cui ci si può abbandonare anche quando la vita procede a tentoni e lividi che tanto le macchie di sangue non spaventano più nel momento in cui si sceglie di vendere la libertà in cambio di un cencio di tranquillità. Non senti neanche più la necessità di sbirciare il finale della storia o forse sei così forte da non voler sapere o forse sei così debole da sapere di non poter reggere la verità. Questo, stranamente non è un giudizio, non è meglio o peggio di qualcos’altro, è solo un dato da classificare ex novo in un erbario dis-umano, iper-realista, liquido come la follia e insondabile come un Libro dei morti digitale ma intoccabile. Le lancette dell’orologio ora impongono di giudicare il bello, separarlo dal brutto, elevarlo e separarlo, solo lì la salvezza del consenso molteplice a una solida origine su cui fondare The new world.

Indice di leggibilità: 49

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  1. 29 settembre 2010 alle 07:35

    Le torri d’avorio diventano prigioni, quando non ci si sporca le mani.

    Scìvolino nei gorghi, le pesantezze, gli affanni e quel che, malamente, ci àncora al passato, denso di inchiostri. Sia lieve lo sguardo sul futuro e generoso anche verso chi meno merita.
    Apriamo alla vita, come un soffione al vento.
    E proviamo simpatia per tutte le finestre inclinate che, motu proprio, scelgono l’originalità.

    • 29 settembre 2010 alle 17:25

      Un bel commento che vorrei rivoltare.
      Le prigioni sono tali anche se costruite d’avorio, alcune prigioni sono indistruttibili pur cercando di scalfirle fino a farsi sanguinare le mani.
      Il mastodontico passato marcia con passo marziale schiacciando i gorghi. Osserviamo il futuro atterriti e con il giudizio inflessibile a cui non possiamo rinunciare per pietà di noi stessi.
      Chiudiamo alle finzioni di vita con una tempesta interna.
      Percepiscono fastidio per gli elementi esterni che cercano di sottrarsi all’omologazione in luoghi dove l’originalità è impossibile.
      È più forte di me, tu vedi un mondo che si può piegare alla volontà umana mentre io percepisco il mondo che piega le volontà dei mortali. Il tuo invito in prima plurale è bello, ma non riesco a farlo mio, proprio no, ahimè.

  2. vania
    29 settembre 2010 alle 13:55

    …guarda Marco…è molto difficile essere “originali” in una società stereotipata…essere “diversi”…provoca solitudini di ogni genere….famigliari, lavorative, sociali…ma…se ti devo dire la verità….quando si fanno alcune scelte dettate dal proprio credo/cuore/pensiero/indole…penso… anzi credo diventi tutto molto facile….soddisfacente ed appagante….si…dai…PESANTE…:)…ma mi ripeto appagante.

    ..l’unico neo…è che molte persone…non hanno la possibilità di scegliere di essere originali….anche se lo vorrebbero….mentre alcune non ne hanno proprio il coraggio.

    Ogniuno di noi…ha esperienze diverse nella vita…anche se sembrano “uguali”…perchè ogni giorno …almeno io….non la penso allo stesso modo del giorno prima….ci sono situazione che mi hanno fatto cambiare modo di pensare e agire…la mia scala gerarchica…viene cambiata in continuazione…che sia corretta non lo sò….ma in quel che “faccio” in quel determinato momento…ci credo davvero.
    ciaoo Vania

    P.S…bella la foto… te lo dico io…che sono geometra …se l’avessi progettata…così …la maturità…credo che non mi avrebbero dato il diploma…vedi essere originali…non si può…in certe occasioni !!!;)

    • 29 settembre 2010 alle 17:30

      Esatto decidere di non opporsi alla propria diversità provoca solitudine e bisogna avere il coraggio di viverla e farla propria perchè il coartarsi è una solitudine ben più spaventosa. E non si parla di sovvertire regole sociali basilari. Tu citi il mondo mutevole delle persone ma io non lo vedo, come dicevo Galeano, è in corso un livellamento umano devastante e ciò che è peggio sembra che il grigio sia consolante rispetto alle vertigine dei colori opposti e mischiati. Per me la cura è una malattia peggiore.

  3. 29 settembre 2010 alle 17:05

    lo so che le domande sono scomode, però.. e la Bellezza? Quella vera, oggettiva, quella che non si piega perché lei è. Quella che vive nonostante tutto. Si nega anche quella? A me viene da piangere, quando ci penso. Quando mi capita di vederla, o sentirla, dentro la rabbia.

    • 29 settembre 2010 alle 17:35

      La Bellezza, ora e qui, è raminga e meschina. Qualcuno presume sempre troppo) che abbattere alcuni canoni estetici di morte potrebbe servire alla causa. Ma qui non se ne parla, non si vola mai così alto, qui si osservano appena le finzioni. Ciò che è, non si nega, si contesta ciò che non è ma riesce ad apparire a tutti quelli che a differenza tua, non piangono e non provano rabbia praticamente mai, al massimo solo quando inconsapevolmente percepiscono che sono le Vittime di un inganno talmente tragico da non trovare neanche la forza per cominciare a prenderne atto.

  4. vania
    29 settembre 2010 alle 18:47

    …si…. Marco hai “ragione” per quanto riguarda la società in generale…ma ci sono persone che portano avanti il “mondo”.
    Sono arrivata al punto che…non mi “interessa”…la società….credo che devo fare io delle scelte….devo dare un qualche esempio a mia figlia….(sperando che sia giusto)…che forse e ti dico forse un giorno comprenderà…ma …prima di tutto lo devo fare per me…sai…ho “perso”…molte cose/persone….i “deboli”…sembrano i “cretini”…ma non è sempre così….e a volte alcuni “ritornano”….mentre con altri vorrei solo per un momento/minuto per parlare …guardandoli negli occhi….credo proprio non riuscirebbero a tenere alzato lo sguardo…e questa è già una “vittoria”.
    Fuggire per alcune persone o far finta di ignorare è …. avere il culo che scotta.
    ciao Vania

  1. 21 febbraio 2011 alle 18:42

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