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L’istinto vorace dell’agnello da corrida

L’istinto vorace dell’agnello da corrida

Un mostro dentro, nello stomaco. Un urlare ferino imploso, un pretendere ossessivo e furioso, come bestia senza scampo. Precipitare in un vuoto che violenta di gravità la materia. Un animale che divora le viscere impossessato del bisogno pazzo quale quello della sostanza per il tossicomane. Un disperato e violentissimo richiamo alla consunzione, al deperimento nell’inglobare. Il frastuono costante nelle interiora come premio di un pascolare addomesticato e mansueto mentre il macello è la prospettiva escatologica degli inermi, sopiti sazi e svegliati armati.La costante scatologia del sentire e del sentirsi, le idee come escrescenza orbitale di una estenuante auto celebrazione che scava un buco incolmabile. Una voragine che pretende tutto inglobandolo, un punto focale per travasare l’odio e la rabbia, il belato e il ruggito mentre ci si sta programmando per scalare la violenza e ridurla a semplice energia di scavo. Non si può non registrare la crudeltà dell’essenza nascosta che vive indipendentemente dal corpo anche se dentro di esso, tessendo un’ode continua alla consunzione emotiva pianificata da forze subcoscienti di dissolvimento dissennato.

Mentre fuori imperversa la danza del macello si rimane inquieti a decidere cosa volere e cosa no per illudersi di un controllo che l’architettura interiore ha dipinto crollato, sancendo l’incapacità di comprensione verso chi non crede nell’adorazione dei propri demoni nemici. Verrebbe da intonare un poema all’ingenua cattività umana mentre si osserva chi amorevolmente sistema i fiori prima di entrare in ospedale, cercando disperatamente cure salvifiche nel semplice esercizio affettivo della paura dell’inesistenza.

Nessuna legge fisica lo può spiegare esattamente come nessuna regola morale lo può accettare ma il buco pretende il suo tributo, necessita primordialmente di essere sfamato sopra ogni altra cosa, rendendo l’universo – espanso da quella cavità – una superflua estensione al vuoto della voragine che deve essere assecondata senza compromessi perchè tutto lì si riduce, la profonda quintessenza, il più puro concetrato di grigia riconoscibilità tra il carosello delle maschere degli invisibili.

Alla fine rimane solo scandito nell’aria e scolpito su pietra: tutto il male che non fai è il male che ti dai.

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  1. 9 ottobre 2010 alle 15:11
  2. 11 dicembre 2010 alle 18:49

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