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Storie di morìe

21 settembre 2010

Storie di morie

Storia di odio stasera, storia senza preavviso, senza sangue o riguardo. Un buco nello stomaco e un nodo sul collo, ma solo per prova, per misurare le distanze tra il corpo e il nulla e scoprire che sono più corte del previsto. Storia di uomini macchina, di sensazioni sintetiche che si diramano per il tappetto tattile e si concludono nelle dita-sintetiche aduse al lavoro perchè terminazioni previste nel superiore disegno della produzione. Gli escrementi del genio assumono più senso del capolavoro del mediocre mentre le persone si trasformano in gente e affondano nel inutilità portando con sé ogni tentativo di volo.  Ancora questa volta, solo questa volta, per chiudere con il passato, per andare oltre sacrificandosi in un rito di passaggio senza esoterismi spicci. Oltrepassarsi per ridare senso al passato, ricostruirlo, raccontarlo di nuovo ma senza personaggi. Le questioni private hanno quel gusto dolciastro che caratterizza le cortine fumogene, un appetito speciale che parte dal buco dentro e si rivolta fino a sommergere lo spazio siderale penetrato da una capsula spaziale trasportante una selezione di manufatti umani quale palese catalogo di manifesta inferiorità rispetto intelligenze esterne che vorrebbe abbindolare. Storie che si ripetono nello spartito degli errori, morìe di intenzioni che vogliono uccidere il tempo mentre ne sono avvelenate e si avviano a crepare inconsapevoli e scevre della gloria degli eroi. Qui fuori non c’è alternativa al delirio perchè dentro è solo folle appassire di sé stessi e il buio puntuale non sarà maschera abbastanza estesa per nascondere l’eventualità prossima di non sentire il bisogno di nessuno se non del traditore appostato nella luce. Per paura delle risposte ci si può rifugiare nell’opzione di eliminare le domande, come fossero storie di fede e dogmi, gli unici inganni che vengono accettati con la supina gioia del beota e allora sia, sia l’allergia al contatto e il trionfo dell’apatia endemica. Suoni strani nell’anima che raccontano resoconti oscuri del corpo, ostruzioni di vene che devono sfociare in spasmi, in blocchi del sangue, in opposizione alla pressione arteriosa come una ribellione delle cellule oppresse. Il tumore è una rivoluzione cellulare, il rovesciamento distruttivo dell’ancien régime di una salute oppressiva. E mentre ti addormenti vorresti opporti al malefico sortilegio dell’oblio perchè vorresti conoscere gli incubi, ma non li ricordi mai, forse è meglio ma Ulisse scalpita per conoscere la storia. Non importa che sia un racconto scialbo come l’invidia della gente perché le storie desolate hanno un fascino per chi lo sa cogliere, l’attrazione malata per lo spleen, l’amore incancrenito di chi gode a cadere su sé stessi e in lì accartocciarsi trovando rifugio e prigione, perchè il mondo è un deserto nella boccia e nessuno guarda oltre il vetro. Foto dal futuro, quando i libri saranno dimenticati, quando il silenzio si ingoierà ogni musica e suoneranno solo i manganelli nelle sinfonie di pogrom e apartheid e tutti i buoni padri di famiglie applaudiranno catechizzando all’odio i loro successori staminali. Ma queste storie allarmistiche hanno stufato anche perchè le distopie più abominevoli sono sempre troppo ottimistiche e tanto vale bollare la carne del narratore con la medaglia della censura. Il cancro nero del racconto si rannicchia sotto il letto, impaurito dall’uomo nero, nasconde gli artigli e si concede pace per qualche ora. Niente uscita o fine, solo la storia e la sua imperterrita vanità di volontà a ripetersi di nuovo aggiungendo prolissità alla propria vacuità, una sera dopo l’altra, senza motivo perchè ha smesso di cercarlo.

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