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Non vorrei eclissarmi nel monologo

Non vorrei eclissarmi nel monologo

È solo un luogo virtuale ridotto a canzoni per sfollati, un ricettacolo di parole, un focolaio di frustrazioni che trasuda noia come il tossico suda tossine velenose. Forse è colpa della retorica del cuore oppure della sua forma che indica – a freccia – dove andare a finire – perché bisogna finire -, o forse è colpa del sangue e del suo continuo riproporsi nelle fogge di metafora. Il colpevole più laido rimane il vuoto, onnipresente assenza, vaga ombra ineliminabile che bussa e pretende di entrare. Più persone entrano e meno c’è aria, le mura sembrano stringersi e l’ossigeno pare distrarsi. C’è una sola finestra che si affaccia su un paesaggio lunare che sprizza morte da ogni prospettiva, niente luce o movimento solo il senso opprimente della noia che spinge lo sterno come un nervo torturato di novocaina.

Una risata instabile rinsalda le opzioni, sono tutte negative, senza scelta, ma non fanno male, sono solo fatti in cerca di opinioni. Mira in alto se vuoi colpire in basso, travolto dalla solitudine della lettura mentre lo sguardo mastica amaro e sputa paranoia in contemporanea alla discesa nel filo del racconto. La sconfitta è una consolazione mentre il soffitto crolla e il cemento urla contorcendosi implodendo in un’armatura costretta a stridere di attrito.

Sarà l’ambliopia dolce che dipinge biancoeneri sepia su un mondo alternativo (ma non si sa a cosa), sarà il salmodiare anaffettivo di chi vorrebbe ancorarsi al mondo, saranno le parole vuote di chi ha fraternizzato con la tempesta delle sillabe. Non occorre conoscere l’anatomia di un corpo virtuale, basta sapere che se n’è ossessionati e che questo non può non avere un significato, anche se alla fine è solo un altro modo di guardare la Terra dalla Luna esaminando i semi delle carte (ma solo fiori e picche) in tracce insensibili che sfregiano un terreno fattosi arido nell’oceano di odio alimentato da tutte quelle assurde angosce sotterranee che popolano i risvegli dall’alcool.

Quelle formule si ripresentano alla testa con la certezza della facile memorizzazione e del significato scarno. Specchiarsi in una bellezza emaciata, raccontando favole banalmente irresistibili mentre i sistemi planetari si fagocitano in un’apocalisse di antimateria irrefrenabile, cadendo dall’alto e raccogliendosi sul fondo, appoggiarsi a sé, sorreggersi, applaudirsi.

Districarsi tra bugie degli esordienti mentre un altro portacenere si riempe e uno si svuota nei colori spenti di un’altra notte in cui si aspetta il killer per confidargli i nostri segreti. Ma l’assassino ama il silenzio e la discrezione, si muove nell’ombra striscia come un rettile. C’è proprio un serpente che è appostato tra le rocce di un finto giardino giapponese di un finto salotto di una finta casa in affitto, abitata da persone finte che provano emozioni false. Il serpente è pronto all’attacco letale; è la vipera che si suicida per difendersi da pericoli immaginari, il veleno che sputa è il fiele che ingoia, il veleno che uccide è la tossina che porta nel suo grembo, una gravidanza acida e assassina.

Allora affondare in problemi di ego e utopie marxiste, deviazioni di pensiero, desiderio di esplosioni di odio, di pogrom mentali, di accuse selvagge, di processi emotivi sommari – giudizio, condanna, esecuzione con un solo gesto – e, infine, invasioni di parole. Il nemico sarà sconfitto, il bugiardo asciugalacrime prepara le sue difese asciutte e i suoi attacchi bagnati e io – che non faccio altro che pronunciare la parola addio – non troverò le parole per esprimere il concetto di separazione definitiva. Non mi interessa, davvero, veramente, in verità, sinceramente, in tutta onestà, francamente. È solo un’altra bestemmia pronunciata pacatamente senza alcuna rabbia e dovrei forse bendarti per non farti capire tutto l’odio che una solitudine pasciuta può alimentare e dovrei legarti per infierire con astio acuminato sul tuo genuino ottimismo.

Pare non esserci limite a questa fine, a questa eclatante inutilità, al futile sproloquio e spargimento inusitato di parole, dunque spezzami, torturami, uccidimi, dividimi, cancellami. Con gli archi e l’orchestra, in slow motion, con l’epica del tuo respiro, infierendo con i rasoi della tua lingua. Tutto questo è chiedere veramente troppo, per chiunque, sono una malattia.

Indice di leggibilità: 46


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  1. 7 settembre 2010 alle 18:58

    ti racconti qualcosa che ha lo stesso valore del suo contrario..

    • 7 settembre 2010 alle 19:09

      Dici bene, scrivo a me stesso il resto, le cose secondarie come valore e coerenza non riesco più a tenerle sotto controllo. Sfugge tutto dentro una voragine che non ha senso ma si scava da sola. Quando mi pento – ogni volta – il danno è fatto.

  2. 8 settembre 2010 alle 10:01

    Tenere sotto controllo è come mettere un tappo ad un vulcano.
    Sai, pensavo all’energia che può generare una voragine, un uragano, ecc.
    pensavo.. chissà se si può trasformare..

    • 8 settembre 2010 alle 17:24

      Incanalare le energie è lo sforzo continuo dell’Uomo, un impresa non facile e di solito fuori portata delle persone semplici.

  3. 9 settembre 2010 alle 10:08

    ..poi quando si mangia i commenti non è che salgono sù istinti molto carini -.-
    ritento..
    dicevo, non pensavo all’incanalamento ma ad una vera e propria trasformazione. Un’energia presente in qualcosa che affonda che agisce (e non dico “volontariamente” usata) in altro modo.. ma non so, forse sto astraendo.

    • 9 settembre 2010 alle 14:39

      Se non è volontaria speriamo che la trasofrmazione avvenga da sé… mi sono perso.

  1. 25 novembre 2010 alle 09:00
  2. 13 marzo 2011 alle 18:14

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