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Pure io

Anche io potrei fingere di essere migliore, potrei riuscire a sembrare sensibile. Anche io potrei essere molto umano ma lo farei solo perchè conviene. Fingere gentilezza verso persone insulse, sforzarmi di sembrare interessato a cose che non possono interessare nessuno, vendermi come dolce e sensibile. Troppo facile scivolare nella strategie dell’utilità da utilizzare per conquiste dovute a un fascino di qualcosa che è altro da sé.

Anche se adesso è comodo sprofondare nel gusto patetico della desolazione, ora che è morta l’affezione e l’appartenenza è moribonda, lo stesso proviamo a stupirci della coerenza della mediocrità e dell’egoismo. Ondeggiando tra le indicazioni che conducono al proprio interesse si può anche decidere di annegare nel baratro della comprensione della propria stessa natura e lì scoprire depositati turpi desideri e inconfessabili inclinazioni.

O, forse, odori il marcio quando sei marcio, vedi il falso quando sei falso: tu sei il male e i sorrisi falsi la cura. Ma non sembra fare differenza nel momento in cui la soglia tra reale e percepito si assottiglia e alla fine siccome non fingo, penso quello che penso, scrivo quello che scrivo, perdo quello che perdo. Perchè alla fine rimane una sconfitta, un modo comodo per sentirsi svuotati dal sentire il proprio modo di essere così come dal vedere il modo finto di spendersi. Ognuno sceglie la sua disfatta e in quale modo farsi sovrastare da forze ostili o in quale modo approfondire l’arte di intrecciare nodi scorsoi.

È necessario ordire piani militari sul campo di battaglia delle maschere a disposizione e farsi carico delle rinunce che gli altri rinunciano a fare, rinunciare e rinunciare ancora, coltivare il proprio malumore per rendere giustizia all’endemia dei complimenti fasulli e rendere il rancore una ragione per svegliarsi la mattina così da regalare a qualcuno perdonante qualcosa da disprezzare e compatire. Ricordandosi che se qualcuno domanda qual’è il giorno più bello della tua vita non potrai che volgerti al passato e scegliere a profusione, ma sarà sempre un pezzo di passato e un ricordo edulcorato.

La bontà ha i suoi obiettivi e mentre i simulatori e i lenoni rampanti acquistano il consenso, insieme si marchiano di quella solitudine straziante che è la perdita di sé, la polvere sotto il tappeto, la pittura sopra la ruggine, l’acqua di rose sulla cancrena. Prima o poi il sipario si chiude e rimane solo l’infelicità ritardata. Non è di consolazione, proprio in nessun modo. In fondo pure io, anzi, no.

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  1. 9 ottobre 2010 alle 15:11
  2. 3 dicembre 2010 alle 19:07

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