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Esprimi un desiderio (e non si avvererà)

Necessitiamo di qualcuno che apponga delicatamente delle stelline brillantinate sui capezzoli di un corpo fragile, destinato a spezzarsi. L’annientamento, come l’immolarsi dei martiri senza ideali, affrontando la fine disegnando grossolani segni di guerra sotto gli occhi. Linee rosse di sangue che seguono la curva degli occhi fino a formare un elisse spezzato dall’ansia densa che gocciola dagli occhi alla bocca.

La vergogna è solo un randello che rende sociale un fatto privato e rende altrui un fatto proprio; ugualmente il dolore. Un contenitore di socialità sempre più stratificato – a cui dedichiamo le migliori tensioni collettive – appare un Moloch ingestibile destinato a stritolarci dopo una lunga agonia di rumore e ottundimento. Il livellamento al peggio frantuma i singoli corpi sempre più belli, sempre più lisci, sempre più uguali, mentre il silenzio avvolge il rompersi delle ossa e il fratturarsi delle anime. Tutto intorno una fitta coltre di finzioni avvolge l’involuzione umana.Il lieto adagiarsi sullo sprofondare dei giorni, la serena attesa del raggrinzirsi della pelle e della canizie, il sorridere alla abitudini stordenti, il cullare le miserie giornaliere, la rinuncia all’espressione di sé. Corpi già sotterrati, carcasse massacrate da iene ridenti, vipere socializzanti e avvoltoi zen, esibizione delle reliquie della monotonia e dell’appassimento. Deve essere una follia radicata quella che fa sembrare i luoghi di dolore quali posti di speranza e non rileva i luoghi di divertimento nella loro realtà intrinseca di fabbriche di alienazione.

E aspettare il dramma per liberarsi la coscienza, e attendere pazientemente il punto di rottura dopo del quale poter far prorompere la violenza, e bramare il giorno di black out in cui poter insultare e umiliare gli arroganti e i propotenti. L’attesa continua della giustificazione sociale a poter esprimere quella parte di odio che si deve nascondere per non turbare l’impero dell’ipocrisia marcescente.

Il microfono è aperto e il censore è assente ma la linea resta muta. Come il canarino che di fronte alla gabbia aperta viene assalito dal terrore della libertà e rifugge tetragono all’occasione di abbandonare le adorate sbarre. Qui nell’ora in cui la malattia è una colpa, l’arroganza è uno stile, la debolezza è vergogna, il dubbio è viltà. Qui dove il corpo è vetrina e l’anima è manichino. Qui dove la superstizione è più convincente della scienza, l’ignoranza è più rassicurante della cultura, la volagarità più divertente della sobrietà. Qui dove si narrano le gesta di un invincibile esercito dai corpi di cristallo il cui unico nemico capace si sconfiggerlo sono le barriere archittetoniche di un dedalo di delirio globale.

Ora che anche il bianco è sporco, ora che dai grembi delle spose illibate nascono bambini già infettati dalla rassegnazione, ora che le masse vivono un’affollata solitudine, ora che bisogna sgozzare gli agnelli coprendone il manto di sangue, ora che le acque contaminate sembrano più saporite, ora che i corpi non sono più interessati alla realtà esterna ai confini dell’epidermide, ora che la libertà è data per scontata mentre si sta estinguendo, ora che l’individuo è diventanto padrone di un impero mono-cellulare fondato sul culto della propria unica personalità mono-direzionale.

Qui e ora, vorrei essere inconsapevole.

Indice di leggibilità: 47

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  1. Gio
    12 agosto 2010 alle 12:05

    Una volta pensavo d’avera una teca di vetro attorno al corpo, attutiva la comprensione e gli altri parlavano e scivolavano in un mondo lontano fatto dei LORO simboli, dei loro valori e significati.
    Oggi, so di non avere nessun morbo; la teca di vetro l’hanno quelle teste perse tra vizi e virtù.
    Meglio essere consapevoli, perché a volte, tra un pensiero pesante e l’altro, ci si sente leggeri come nessuno, mai.

    • 12 agosto 2010 alle 16:10

      Lo siamo. Ogni riga non è altro che un esercizio di consapevolezza ma i pensieri sono più spesso pesanti che leggeri e questo, sopratutto quando ti sento scorato o hai il mal di stomaco o hai dormito poco, è terribile e richiede parole terribili. E quell teca di vetro, non importa chi l’ha in uso, rimane una divisione, magari trasparente, ma sempre una barriera che non si può ignorare.

  2. 12 agosto 2010 alle 13:27

    le mie, stelline, sono tatuate da abili e sapienti mani.
    e la mia pistola ha, volutamente, il solo colpo in canna.

    • 12 agosto 2010 alle 16:12

      Molto avanti, un vero esempio di musa post-moderna: sotto il caos le effigi, sopra il caos la minaccia.

  3. 12 agosto 2010 alle 19:42

    è solo umanità, prog.. perchè si vuole elevarla a ciò che non può? E’ solo triste, e misera, e stupida umanità. Anche l’estranearsi non salva perchè c’è sempre la consapevolezza a fotterci. E allora che se ne fa un canarino di una gabbia aperta? Per passare ad una gabbia più grande? Non tutti sono per i compromessi.

    • 12 agosto 2010 alle 20:30

      Solo?
      E io non voglio credere che non sia elevabile, che non possa essere migliore, meno triste, meno misera, meno stupida. E io non desidero estraneità (già raggiunta) ma inconsapevolezza, un desiderio di impossibile ottusità, il sogno di una gabbia di cui non riuscire a vedere il diametro. Per il resto respirare è solo un compromesso, tutto lo è la differenza è solo il quantum (non credo nella purezza ma solo in un abbozzo si dignità).

  4. 13 agosto 2010 alle 22:54

    “sotto il caos” è una traduzione alla lettera che non rende il significato originale nella lingua madre, o meglio, non era quello il significato che si voleva dare al mio nickname.
    under caos è ogni cosa -in questo caso me- catalogata sotto quel sostantivo, caos.
    esempio: le tag del tuo post sono “società” e “frustrazioni antisociali” e mettiamo che di tag ce ne fosse un’altra, “caos”
    in inglese verrebbe scritto
    filed (o posted) UNDER: CAOS, frustrazioni antisociali, società.
    s-velato il mistero.
    perchè te lo sto a dì?
    perchè m’incazzo quando mi storpiano il nick in “sotto il caos”, “sotto caos -tipo sottovuoto” etc.

    oh.

    • 14 agosto 2010 alle 08:47

      File under: incomprensioni. Quando si comprano cd di importazione talvolta si trova la scritta file under (seguito dal genere musicale) che appongono alcune case discografiche a stelle strisce. Anche se conoscevo la dizione non l’avevo collegata al tuo nick. In ogni caso non è che volessi proprio sfruttare una traduzione letterale, giusto un’assonanza. In ogni caso prendo atto della tua giustificata rivendicazione, cara classificata nell’inclassificabile. Firmato: Prog-Volution Under-Dog Sotto-Cane!

  5. 14 agosto 2010 alle 10:58

    beh, stavolta (a tua insaputa) c’hai preso.
    under caos era, un tempo anch’esso inclassificabile, un gruppo musicale.
    il mio.

  1. 24 agosto 2010 alle 18:40
  2. 28 novembre 2010 alle 20:04
  3. 11 dicembre 2010 alle 18:49
  4. 5 novembre 2011 alle 21:47

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