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Nella consapevolezza di vivere gli anni del Basso impero

Se fosse cinema sarebbero i classici della tristezza propagandati da locandine in bianco e nero, tetre immagini appese negli angoli bui delle periferie dell’impero. Invece sono parole che trasudano da una coscienza con gradazione alterata, una liberazione senza schema che cerca un ordine successivo. L’obiettivo sembra spesso quello di trovare qualche spiraglio per introdurre delle mutazioni al karma, magari caduto a sorpresa addosso ad alcuni che neanche conoscevano la parola.

Da quando ho compreso la differenza tra escatologico e ciclico non ho ancora deciso qual’è l’inganno maggiore e per ricordarmelo mi sono fatto tatuare una scritta: “cancellami“. L’alternativa che mi era venuta per la mente era incidermi “odio i tatuaggi“. La tattica della confusione insomma, anche se la strategia finale è quella della consapevolezza contro l’imperante arte dell’auto inganno.

Un artigianato di consolazioni quando alla fine agli esseri umani non rimane che la disperazione dell’interpretazione per uscire fuori dai propri inferni privati, con neanche la consolazione del concetto di colpa. Schiacciati da situazioni senza motivazione mentre non rimane che deridere l’idea di formare un adulto. Lì tutto è perduto, lì è il culmine dell’odio quale strumento di sopravvivenza, lì l’esclusione, lì la disperazione appunto. Nella speranza perduta –  come nel naufrago che boccheggia – si esprime il maggior sforzo di sopravvivenza, il banco di prova tra l’indulgenza della commiserazione e la reale volontà di non affogare.

Anche l’armonia meglio concepita all’interno dell’universo di ogni singolo essere vivente nasconde dietro la meraviglia lo sporco, il rifiuto, la deiezione. Così anche nelle società, se mai in essa si riesca a scovare lo stupore, si può notare lo scarto, prima espulso, poi fagocitato dal sistema. La parte eliminata è consapevole dell’esclusione; questa si chiama marginalità o, altre volte, follia, o, ancora, deviazione. Sociopatia, parassitismo, criminalità. Una comunità che sventola spesso vessilli nobili ma che non manifesta pietà, preferendo la condanna senza neanche appellarsi alla redenzione.

Nel macello delle anime puoi eiettare un cuore enorme quanto un bue oltre le barricate della fabbrica di morte seriale, nessuno noterà la mancanza in quello sfacelo di sangue e frattaglie. E poi scrivere a rotta di collo, scrivere fino alla fine dei giorni, scrivere fino a essere in bolletta dura. Come mi hanno detto, sono una testa di cazzo ed eiaculo parole e se questo è offensivo lo è solo perchè promette una fertilità che non posso mantenere.

Indice di leggibilità: 49

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  1. 8 agosto 2010 alle 18:42

    difficile da digerire, ma una volta letto è ingoiato.
    non si torna indietro.

    • 8 agosto 2010 alle 19:17

      Io non ho neanche lo possibilità di scappare non leggendo.

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