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Deperire ordinatamente

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Alzarsi. Prendere la macchina, o la metro o il treno o un qualunque cazzo di mezzo super affollato. Salirci e poi sfollarci. Uscita rovinosa come bestie di fronte al recinto finalmente spalancato, fughe precipitose nelle diverse direzioni come dei scarafaggi scoperti dalla luce. E andare a lavorare, andare a timbrare. Lamentarsi del lavoro. Alzarsi tardi la mattina e lamentarsi della disoccupazione. Lamentarsi dell’aumento dei prezzi e del governo e non importa se neanche sai chi c’è al potere, perché sono tutti uguali. Ed essere impegnati a pensare di dover cambiare l’automobile o di doversi fare il plasma. Pensare in modo lineare – mentre si gira lo zucchero nel cappuccino – che domani tanto è venerdì. Un altro venerdì di quella lunga serie che conduce in modo indolore al cimitero. Essere tranquilli con la coscienza disinfestata dai parassiti dei germi critici. Cornetto e inconscio abdicato mentre si sfoglia il quotidiano sportivo. Odorare di dopobarba, di caffè infiltrato nel dentifricio e di morte. Quella giornaliera, quella a turni che coprono dal lunedì al venerdì. Il bar brulica di conoscenti, l’ufficio trabocca di colleghi. Una rete diffusa di fittizia comunanza perché ciò che conta è tenersi lontani dagli anfratti solitari a rischio pensiero. In caso di seria emergenza sfoderare il cellulare e sentirsi a proprio agio. Digitare, roteare roteare i polpastrelli disperati di se stessi, consumarsi in centosessanta caratteri e non di più.

Le smorfie dei sorrisi su volti contusi dalla quotidianità mentre chiamano l’amico, mentre fissano appuntamenti per l’aperitivo o programmano la prossima gita fuori porta. Appassire facendo carriera in un lavoro che fa schifo o, se si è fortunati, di cui non si capisce il senso. Il ritmo è quello delle scadenze, cerchietti rossi sui calendari che scandiscono i compleanni, gli onomastici e le ricorrenze ma in realtà essere in attesa di un cancro o di un botto cardiaco mentre ci si preoccupa di morire in salute. Sembrare copie calligrafiche di storie poco interessanti, noiose anche nell’originale, carte carbone esangui, lacerate dall’assenza di lettori.

Contare mentalmente le rate in scadenza e ricordarsi che bisogna pagare la centosedicesima parte del mutuo, fare un fascio delle bollette e lasciarsi appassire in fila alla poste cercando di essere gentile mentre il clima generale è quello del disgusto scandito dal salmodiare del taglia-code.

Sforzarsi di buone maniere ma covare odio e consumarsi nella buona educazione, fogge sociali dove tutto è positivo E buongiorno, buonasera, buone vacanze, buona pasqua, buon ferragosto, buon rientro. Buon tutto. Augurare tutto a tutti, a largo raggio come una bomba a grappolo. Augurare il bene di continuo anche se è angosciante, anche se non ci si crede. Come stai? Lo chiedi anche se non ti interessa. E non sapere come si sta. E dissanguarsi di vita, ferirsi di felicità almeno nel week end tra l’ansia di prestazione e il mal di testa, tra programmi di fuga sempre rimandati e propositi irrisolti. E non parlare mai di morte che porta sfortuna e che forse tanto vivi non si è mai stati e poi se ne vanno sempre i migliori e prima poi tocca a tutti per cui perché pensarci?.

Deperire ordinatamente e domattina ricominciare.

Indice di leggibilità: 57

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  1. 29 luglio 2010 alle 19:43

    Esiste un senso, sai?
    Qualcuno l’ha messo. Quando decisero un ordine sociale, a partire già dagli schiavi dell’antica Roma, essi stabilirono l’alto e il basso, il medio e l’inetto.
    La morte, quella è un tabù altrimenti si rovina il lavoro delle religioni; la paura della morte significa denaro, significa potere.

    A volte rido di gusto, (dietro ad ogni attore comico domina la tristezza), perchè i grandi capi di tal sistema di parassati si credono potenti e finiscono essi stessi per essere vittime della cupidigia. Moriranno sul un letto di oro, non su uno ikea ma moriranno schiavi!
    Avranno compiuto delle fatiche per trovarsi un’anima al sapore di lardo e dall’odore poco invitante.

    La meraviglia di scoprire il mondo, di gustarci noi stessi ce la tolgono quotidianamente. E’ nullo lo spazio da dedicare all’empatia con gli altri e la sensibilità, io, la vedo dileggiata ogni giorno.
    Stringo tra le dita la realtà che riesco ad afferrare e i pochi spazi, questa è la mia rivoluzione.
    Il resistere è anche scrivere un commento sincero su questo blog, senza altri fini se non quello di ringraziare per avere messo in fila le parole che non riuscivo a scrivere.

    • 29 luglio 2010 alle 21:41

      Anch’io cerco di resistere non so se in modo efficace ma ci provo. C’è rabbia ma sopratutto amarezza. Vorrei avere compassione e meno disprezzo, vorrei essere un narratore meno giudicante ma non ci riesco. Osservo le vittime e i carnefici, subisco da vittima e agisco da carnefice. Divento rabbioso quando vedo la vittima ringrazia il carnefice o decide di farne il suo modello. Divento livido quando devo osservare gli esseri umani buttano la via la propria natura e la mettono in vendita. In quel momento non riesco più a provare empatia o com-passione perchè vedo le colpe radicarsi non solo nella forza di un potere subdolo e pervasivo ma anche nella debolezza del servo innato. Capisco, capiamo, ancora la differenza e questa è la nostra resistenza congenita e necessaria. E io per questo ringrazio te.

  1. 15 agosto 2010 alle 12:59
  2. 24 agosto 2010 alle 18:40
  3. 6 novembre 2011 alle 22:28

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