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Breve lezione di anatomia della melancolia

Frontespizio dell'edizione del 1638

A volte vorresti metter una ics sul passato o forse una ipsilon sul presente come se quello che conta fosse l’azzeramento delle variabili. Una vocazione profonda all’analisi è l’anticamera prediletta per sabba infiniti di ripensamenti, un rimestare ciclico che sotto la patina eroica della volontà di non ripetere gli errori nasconde, ma neanche tanto, una testarda determinazione ad affogarsi in malinconie croniche.

Dipende da che valore dai a ciò che ti confonde e ti disturba, o meglio, dipende da come varia la tua scala di valori rispetto ai giudizi iniziali e agli appelli della memoria. E mentre le ombre danzano scomposte tu applichi un codice ferreo di disciplina di orbite interiori. E mentre tutto turbina tra il risentimento e lo scolorimento progressivo, tu rimani fermo, solido e vivido, un satellite rispetto alle più intime convinzioni.

Trappole di carattere che rendono eterna l’anatomia della melancolia, con l’umore tiranno che riesce a ridurre in catene la conoscenza, la logica e la ragione. Leggi evolutive di dominio del forte sul debole.

Che quel che conta, a volte, non è cosa pensi ma quando lo fai, una differenza di tempi che diventa una differenza di significati (o una diffidenza?).

E riesci a imbarcarti in impegnative conversazioni con te stesso riuscendo a darti torto. E quello che avresti dovuto fare, e quello che avresti dovuto dire, e, sopratutto quello che avresti dovuto pensare e ancor prima sentire. Insomma riflessioni sulla distanza tra quello che sei e quello che vorresti essere, tra quello che sei stato e quello che avresti potuto essere. Ma non si vince mai con il passato, sono scommesse perse per necessità.

Rimango estraneo ai miei propositi, lodo l’altrui forza mentre accarezzo la mia fragilità, ché con l’umore non si scende mai a compromessi e serve solo l’abbandono della lotta alla corrente. Chi doveva cadere si è rialzato, chi doveva trionfare e solo ancor più sprofondato. Azzerare è una rinascita e se sembra crudele lo è nel senso di purezza della Fenice che non prova mai vertigini mentre gli umani faticano su scalini bassi.

Sarebbe meglio non

“rileggere il passato un po’ falso e comandato come l’uomo sulla luna”

perchè non serve: qui sulla Luna l’uomo non l’abbiamo ancora visto.

Indice di leggibilità: 51

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  1. Gio
    25 luglio 2010 alle 23:50

    Shakespeare è stato uno dei più grandi scrittori di melanconia, spesso, chi lo legge o lo ascolta finisce per perdersi nelle trame, nei tranelli dei suoi conflitti senza coglierne l’attualità.
    Siamo ciechi, da secoli.

    • 26 luglio 2010 alle 09:08

      Intrappolati in infelicità secolari, senza una via di uscita neanche quella delle arti. “O, that this too too solid flesh would melt. Thaw and resolve itself into a dew!”

  2. 26 luglio 2010 alle 12:11

    Dio! Come mi sembrano languidi, vieti e insipidi gli usi del mondo! Che nausea, ah che nausea. È un giardino abbandonato che va in seme: vi regna solo una natura fetida e volgare.

  3. 26 luglio 2010 alle 15:29

    ..sono davvero così importanti i propositi?
    ‘Essere’ ha poco a che fare col cosa pensi e/o quando lo fai.
    Magari è il “come” a far la differenza..

    • 26 luglio 2010 alle 17:21

      …solo se non gli dai seguito, pare.
      Certo il come fa la differenza, insieme a cosa e quando e, a volte, dove.

  1. 17 agosto 2010 alle 18:49
  2. 28 novembre 2010 alle 20:04

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