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Omaggio a Il fuoco

Ricordati la vampa dura un attimo e noi l’abbiamo vissuto.

La favilla

Il fuoco - Giardini di Mirò

Il fuoco - Giardini di Mirò

Il bistro sul suo viso si scioglieva al calore della fiamma che si prendeva vita dal camino. La prima fiammata aveva dato inizio alla danza del fuoco, uno spettacolo di anima, di sguardi e di corpi. Pensava che dovevano esserci stati tempi lontani in cui le metafore non erano state consumate – come il legno di quell’incendio che aveva dinanzi gli occhi – e si sarebbe potuto costruire una storia sul binomio fuoco/amore senza essere accantonati come banali e retorici. Lei questa storia era come se la vedesse pulsare dentro il rogo, lì abitava e un pittore l’avrebbe potuta disegnare così come un musicista l’avrebbe potuta musicare. Il suo sguardo imprigionava le fiamme e vedeva nascere unicamente un sentimento irresistibile di abbandono in una scenario che era solo nascita e luce.

La vampa

Il calore turbava la quiete rendendola eccitante turbamento mentre la visione si distorceva in onde brucianti. Lasciarsi ardere e dolcemente consumarsi. L’energia vuole un tributo per lasciarsi liberare e loro erano pronti a pagare quell’incoscienza. Quell’attimo assoluto sembrava eterno nel suo essere istantaneo. Le fiamme avvolgevano ogni cosa ma solo ciò che era arso sembrava vivo mentre il paesaggio, in contrasto, pareva paralizzato dal gelo dell’inutilità. Quel fuoco era una promessa di liberazione, una folle corsa verso la felicità che, seppur pericolosa, non poteva fare male, una cosa così dolce non poteva portare dolore. Gli occhi brillavano come brace mentre l’euforia degli abbracci li rendeva ubriachi. Quella pira di intenti avrebbe ispirato un’arte superiore che sarebbe nata dalla combustione dei lori sogni e dal crescendo di quella vampa che ormai li fondeva rendendoli indistinguibili. Avrebbero bruciato e non sarebbe mai finita.

La cenere

Il culmine. Viverlo senza pentimento e poi cadere nell’agguato di quella follia che si era assopita al calore ma che stava acquattata sotto il fuoco, coperta di cenere, sporca e rancorosa come un’amante delusa e annoiata. Il melò reclama il sipario e la felicità esige il suo dazio di strazio. Lui aveva realizzato di improvviso che la sua passione era stata punita nella colpa di essere più forte e duratura di quella di lei, di colpo spenta in una combustione fedifrega della fiamma. Quel che rimaneva del fuoco erano pochi miseri resti di legno scorticato, annerito e solitario. Non riusciva a credere che era calato il buio e che quel cuore, quell’altare fiammeggiante, si fosse tacitato. Non poteva rassegnarsi e volle guardare nel cuore del fuoco, in quell’anima furente che domina le lingue delle fiamme. Restò solo il collasso dopo l’inequivocabile certezza che trasse da quello sguardo. Tutto era finito, tutto spento. Rimaneva solo cenere con cui sporcarsi il viso e il freddo di quella stanza e lì, prostrato, si ricordò di quell’avvertimento (o forse era una minaccia o una profezia) “la vampa dura un attimo…” e la memoria non fu di consolazione perchè il mero ricordo del Fuoco non riesce a scaldare il gelo del cuore.

—–

Il fuoco è la sonorizzazione dell’omonimo film muto del 1915 (“capolavoro del muto italiano diretto nel 1915 da Giovanni Pastrone e Gabriele d’Annunzio: un melodramma intenso, in cui intervengono i fattori fatali della passione e della follia”) composta dai Giardini di Mirò. Se siete fortunati potreste sentire la sonorizzazione suonata dal vivo guardando il film come è successo a me.

Le parole sopra sono  il mio omaggio – in una libera interpretazione – alla musica filmata e alla storia sonorizzata.

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