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Travasi in stanze vuote

Questo dolore non appartiene a nessun luogo eppure mi sta portando proprio dove ero e dove sarò. Forse sono proprio le cose che ho scordato che mi tormentano, una guerriglia di una schiera di fantasmi in fila ordinata. Occhi stranieri vedono senza mostrarsi mentre orologi crudeli conficcano le lancette nella carne viva sezionata in dodici maschere di necessità. Pensieri che mi afferrano dentro, che scuotono la custodia vuota e sorgono tra luci che tramontano, crescendo epico di tragedia minimale. Nessuno è gradito neanche quando è necessario, che poi di necessario non c’è niente e, in subordine, nessuno.

Questo riflette il torace, che poi non dice niente. Riflette in quanto flessibile e con queste qualità elastiche sopravvive ai travasi che gli vengono imposti proditoriamente quando percorsi eccitanti conducono a stanze vuote, dove nulla esiste. Lì sono radicati i parassiti che hanno ottime ragioni da accampare per un’occupazione che sarebbe abusiva se non fosse intrinseca all’esistenza di quella membrana. Non  provare ad educarli perché potrebbero mutarsi in massa, perdere il volto e potenziare il morso.

E poi i batteri, parassiti dei parassiti, diffonderanno l’epidemia di corpo in corpo, di anima in anima, di bit in bit e – superata la volontà di non vedere – il mondo narrerà la leggenda del loro sacrificio talchè innumerevoli stanze espelleranno i manichini quali fasulli, illegittimi invasori.

C’è qualcosa fuori dalla finestra, la intravedo confusamente, se mettessi a fuoco piangerei senza sapere il perchè. Forse sono di nuovo lì dove i giorni sono più lunghi delle ombre, una terra sconosciuta dove un passato ribelle vuole proclamarsi presente, un trans-tempo traditore della sua stirpe che dovrebbe essere giustiziato nella piazza d’armi degli inermi.

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  1. 17 agosto 2010 alle 18:49
  2. 5 settembre 2010 alle 23:21

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