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Una delle possibile conclusioni della terna della voce

Vi sono (vis uno) voci senza suoni, riecheggianti nel vuoto assordante e vi sono voci schiave del consumismo di sé che rinunciano a sé stesse. Vi sono alternative nei colori rutilanti delle fiamme controllate. Ci sono i mascheramenti verbali degli arresi al non avere destinazione del proprio viaggio.

Illegibile. Non una scelta, ma un risultato di un filtro sentito necessario, meglio un ruminare stentoreo che un balbettio imbarazzato. Viviamo una realtà di significati molteplici e quindi insperati, tutti nelle nostre possibilità ma irrimediabilmente perduti. Sono segni visibili ma irrangiugibili se non singolarmente, inscatolati in celle d’avanguardia e non con-divisibili, atomi tascabili pesanti di indecifrabili dialetti nucleari. Una realtà polisemica, una pluralità inutile e fastidiosa a cui rinuciamo in blocco. Non tutti, non tanti, non alcuni. Nessun significato, nessun segno, solo una caduta incoscente in bestialità routinaria.

Un peso che strozza, che affonda l’entità lieve, la zavorra al volo. Bisogna alleggerire questo peso, bisogna contestare questo abbandono, l’orfano deve viaggiare l’orgoglio della sua perdita. Allora rinunciare al significato e travestire il messaggio in un trionfo estetico. La scrittura estetica che si specchia in sé stessa, un Narciso decadente che trova l’assoluzione in un insignificatezza globale. Innamoriamoci delle parole e corteggiamole ossessivamente, accarezziamo lascivamente le metafore come ali di salvezza. Qui le nuove voci e i nuovi sensi a cui non interessano la mancanza di eco o di senso.

Se tutto è accessibile, se la conoscenza è universale, se ogni opinione appare come il rimbalzare banale di pensieri condivisi nelle riserve delle comunità omogenee, se la banalità rampante schiaccerà il mostro della consapevolezza orginale del pensiero singolare, se tutto è bello o condivisibile o quotato o aplaudito o fischiato, se solo bianco o nero, se il significato degrada nell’orecchiato, se il circa sposa l’esatto, se la ripetizione tralatizia è brillante, allora questa, una terna tra le tante, non è soluzione, non è sollievo, non è giustizia, non è utilità, non è verità. Solo parole estetizzanti che non nascondono profondità ma superfici labili, voce del vuoto, parallela alla realtà.

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