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Apologia della lotta al nemico

L’oppressione era insostenibile. Ovunque si alzavano muri, si chiudevano porte, si negavano diritti. La vita era limitata da un’aria irrespirabile dove ogni certezza era caduta. Le tetre strutture del nemico ci soffocavano. Un’immonda, abnorme organizzazione del potere aveva mano libera perpetrando i peggiori crimini che ogni dittatura ricorda. Non rimaneva alcuna voce libera, nessuno poteva manifestare. Il dissenso era schiacciato nel sangue mentre si soffriva in silenzio, piangendo i morti e angosciandosi per gli scomparsi. Della nostra vita precedente rimaneva solo il lato scuro, i carceri, la polizia senza controllo, la violenza dello Stato, le torture e la corruzione.

Un incubo storico che si ripeteva, il nemico in casa, fratelli che opprimono fratelli, amici che denunciano ex amici, propaganda assordante, schiere servili o prezzolate, delatori e collaborazionisti spadroneggiavano intimorendo che non voleva mischiarsi con quella rivoltante melma. Anche la speranza pareva morta in quella sorta di cimitero a cui si era ridotta la nostra umanità. Miserie umane strisciavano implorando una sopravvivenza che non meritava tutte quelle umiliazioni.

Ormai eravamo pronti a tutto. Stavamo organizzando la resistenza armata contro l’oppressore, disposti a combattere il nemico che non ci lasciava altra scelta. Non eravamo poeti o sognatori, non eravamo abbastanza nobili da rifiutare l’odio. L’idea di versare il sangue del nemico ci inebriava, nella fame ci saremmo pasciuti del godimento di vedere morire la malvagità del nemico, ci saremmo dissetati di un orgia di dolore della loro brutalità. Avremmo combattuti per gli ideali, contro l’ingiustizia, la violenza, l’arbitrarietà, la repressione la fame. Avremmo fatto tutto il possibile e oltre. “Lotta armata!” non restava altro, ci avrebbero chiamato terroristi ma la storia ci avrebbe assolti. Il tirannicidio è una scelta etica difficile ma giustificabile.

L’esasperazione era il moto d’anima più diffuso, spettri esacerbati che non avevano altro pensiero che la rivalsa. Organizzare una resistenza a costo della vita perchè era necessario ribaltare questo mondo all’incontrario dove l’essenza fondamentale della vita aveva perduto ogni valore, dove la dignità non era più quotata neanche al mercato nero. I nuovi eroi e patrioti sarebbero stati un esercito straccione senza alcuna forza se non la disperazione. Il nemico doveva morire, era questo il nostro obiettivo, la nostra scelta, la nostra fede. Una missione inevitabile, una scelta fatalistica, un destino che ci aveva raggiunto perchè l’avevamo invocato. Il nemico, maledetto, sarebbe perito, non volevamo altro, null’altro dava senso alla nostra vita. Ogni mattina ci alzavamo con la sete di sangue, con la vendetta che ci urlava nelle orecchie “combattere, odiare, eliminare il nemico”. “Morte al nemico“.

Il nemico ero io.

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Categorie:obliquità Tag:
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. 29 luglio 2010 alle 19:31
  2. 11 dicembre 2010 alle 18:49

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