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L’assassinio della prima persona singolare

18 gennaio 2010

Sentiamo lo stesso. Abbiamo tutti lo stesso libro sul comodino e lo stesso cd nello stereo, gli stessi itinerari e gli stessi obiettivi. Un destino comune. Con una quantità di risposte ingestibile di fronte a nessuna domanda. E propongo di dare un senso all’omicidio della singolarità e di farla finita con questa volontà di ricerca. E suppongo che dovei avere un opinione, una sensazione, un ‘emozione. E immagino che si pretenda da me un coinvolgimento, una partecipazione, una condivisione. Almeno un sussulto, una protesta, un lamento. Un miserabilissimo cenno di assenso o di dissenso. Un comprensibile sfogo o un autorevole insulto. Un sensato svendersi o un assennato soprassedere. O i promessi sussurri. E invece nulla. L’incomprensibile non giocare, l’assurdo silenzio, l’insensato senso sordo.

L’Io rimane frastornato, stupito dalla propria mancanza a fronte di una sensazione – assai realistica – di presenza. Una lieve scomparsa volontaria, vendicativa verso l’ingiustizia palese di una pluralità gretta, coalizzata e tiranneggiante in arrocco di ottusità. Assorbito in una coscienza comune livida, prima liquida poi liquefatta, infine solo marcia. Uscirne vivi, prima o poi, succhiare il veleno e poi sputarlo (ma solo metà), contare i giorni per poi maledirli con precisione anodina. E mentre te ne tiri fuori ci affondi dentro, quando pensi di espellere in realtà deglutisci. Proprio quando si innesta la ragione sul sentimento e ogni contraddizione assume sempre più senso pieno e una sua logicità intrinseca: ecco il momento puro in cui posso diventare partigiano di una guerra civile mentale in cui vittime e carnefici sono egualmente colpevoli.

Lo sanno tutti, anche se ogni singolo lo ignora, mentre ti senti bene perché stai per affogare di inutilità assortite, di filler d’anima, di banalità farcite di dubbi stupidi alla bisogna della stupidità epidemica. Occhio per occhio, parola per parola, in uno scambio che è faida urlante odio allo spazio vuoto sopra il villaggio inglobato. E mentre ti escludi dalla categoria ti infili nella categoria degli esclusi, un girotondo mortuario che farebbe impazzire di rabbia se non fosse che anche la pazzia è un’altra categoria relativizzata a una media che non ha altra forza che il numero. Le sconfitte vanno celebrate, ma questa no. Questa non si può osannare con le sue domande, le sue arroganze, i suoi riti stanchi. Qui si può solo arrendersi e tradire la fila compatta per poi banchettare di veleno. E’ un killer nel sangue, la cancrena nel corpo, la metastasi amorevolmente coltivata, la stasi celebrale auto-procurata, il coma della coscienza.

Cosa senti? Nulla. Anche se non lo senti o se fai finta, anche se sei assente o assolto. Anche se fai di tutto per fartelo piacere, anche se spandi maestria nell’accettazione e nell’auto-convincimento. Cancellata la retorica ti troverai senza ricordo e senza inconsolabile vedovanza. Uno scenario desolato in cui, infine, suppongo dovrei stare meglio dopo aver drenato il fiele, eppure c’è sempre quel tinnitus dentro me. Forse è un odio mai estinto, oppure è un’angoscia mal elaborata. Sono ancora quelle parole, il vuoto degli inganni, sono ancora gli stessi fantasmi, sono orridi di noia, sono melodie affilate, immaginazioni trafelate dal loro stesso ripetersi. Allora guardo le ombre oziose fuori del vetro della mia finestra. La mia stanchezza, la mia noia, il mio fastidio. In realtà è buio e non vedo nulla, ma so che stanno lì fuori ad agitarsi oscenamente. Eppure non cerco sollievo, nè perdono, nè liberazione. Non cerco consolazione nel grande calderone mellifluo degli abbracci virtuali incrociati, delle assoluzioni universali, dei buoni consigli nulli, delle gentili parole di incoraggiamento ecumenico, nei bluff senza rischio, negli aiuti senza costo, nelle speranze puerili, nell’incessante dispensa di illusioni a buon mercato dove tutto è gratis e largamente dispensato perché privo di valore. Lì fuori vivono i mostri si raccontano i batteri del nostro corpo. Lì fuori ci sono entità che hanno senso solo nel loro complesso e non nelle singole parti o, meglio che non hanno senso, ma è il loro modo di esistere e un’esistenza rumorosa è generatrice di un senso mai indagato e quindi accettato.

Ho il fiato corto e la vista appannata per questo non riesco a capire chi si affanna spiegare, a giustificare, a propagandare. Chi annaspa per dare un senso a ciò che palesamene non lo ha. Questo eroico tentativo di essere altro oltre se, di costruire ponti su fiumi tracimanti. Bisogna invocare il silenzio sul frastuono di fondo venduto come euritmia. Accendere la tv, togliere il volume, accendere lo stereo, alzare il volume, aprire un libro, spalancare l’anima, lasciare il monitor accesso su una pagina di eterno scorrimento: tutto insieme. Non so cosa rimane, talvolta  sembra tanto, talvolta poco. Ma è inutile nascondersi. Sai che è finita e non può essere altrimenti, e non c’è proprio nessuna alternativa. N0n c’è via di uscita quando le altrui soffertissime conclusioni sono semplicemente le tue scarne premesse. Sei fatto, finito. E l’assassino la farà franca.

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