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La mimesi della rabbia

13 gennaio 2010

Sembra una buona notte per impazzire. Sono così confuso e complicato che tutto sembra chiaro: è solo questione di amicizia, di amore, di fede. Che non ci sono. E’ solo questione di famiglia, società, umanità. Che rigettano, come nei trapianti di organi. Ammassi di cellule, morti in nuce, forzati in corpi, vivi, ma morenti in potenza.
Certe cose le puoi scrivere solo se non conosci gli occhi che le leggeranno, altre vanno scritte perché non sono comprensibili neanche da chi ti conosce bene. Parole meravigliose che non dovrai mai scrivere, parole terribili che sei obbligato a diffondere.
Non mi importa, non ci importa, anche quando, un giorno, tutti avranno i miei anni e i miei sbagli.
Sono così lontano che mi sembra che non esisto, e deve essere proprio così in un qualche senso parallelo perché tutto deriva quando sei corrente. Mentre soffochi nel passato capisci che il futuro sarà solo una rappresentazione del presente che, a sua volta, è una replica del passato. Brutta storia. Circolare, come la ruota del criceto. Brutta storia concludere così la giovinezza. Concluderla malamente con la sopravvivenza e la possibilità di guardarsi indietro, una gabbia amena.
Perché dovrebbe importarmi delle foto morte della tua vacanza/matrimonio/figlio/cane/puttana? Perché dovrebbe interessarmi della tua malattia/hobby/carriera/fobia? In  fondo non interessa neanche a te e cerchi solo qualcuno che abbia il coraggio di dartene la conferma. Questa calma contabile da narratore senza verve, è esasperante. Questo ascoltarsi passionalmente in posa rutilante come il sangue degli agnellini sgozzati per Pasqua.
Io sono a favore della prostituzione banalizzata, una presa di posizione che si nutre di coerenza con la mia condotta celebrale, e che riesce anche a crearmi un ricordo per domani.
Non capisci che la mia rabbia non è la tua rabbia?
Che la mia gioia assomiglia alla tua angoscia?
Non so cosa accadrà ma mi va benissimo così, sopratutto quando ogni saluto di presentazione è un perdurante addio.
Che segni riesci a cogliere in cerchi che si chiudono dopo anni? Sai il significato dei frammenti che tornano alla loro postazioni prima di quando furono create (distrutte?) dal big bang che li devastò? Hai avuto il caso di incrociare relitti occasionali che si infilano nella tua vita per farti affondare, che hai sepolto, inglobato, che ti hanno avvelenato e ora sono solo gioie leggiadre?

E’ una mimesi del parlato? Dell’ascoltato? Del pensato? Del passato? Del calembour? Sembrano domande ma sono le risposte di un silenzio salubre.

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  1. 6 luglio 2010 alle 06:10
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