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La prostituzione delle parole: non dire mai “ti amo”

14 dicembre 2009

“Non occorrono molti studi di linguistica per constatare dal vivo la triste realtà di questo enunciato: chi prostituisce le parole finisce per bruciare i relativi referenti – cose non meno di persone. Così ogni volta che in Italia sento o leggo espressioni tipo “combattere la mafia”, io ho voglia di passare da parte della mafia; se sento la parola “patria”, che purtroppo sta ritornando alla carica in molti paesi occidentali, mi viene voglia di passare dalla parte del primo nemico straniero a portata di mano; “movimento della vita” suscita in me desideri di abortivismo violento etc. “Ti amo” va bene in punto di morte – a patto che non pretendi poi di resuscitare: parola scaduta! Che bisogno c’è di portare alla ribalta sentimenti che, se ci sono, è nella loro natura essere intrinseci, discreti, costanti o non essere affatto? Quando un uomo dice “ti amo” è perché ha sostituito la parola piena al sentimento che si sta svuotando. Chi snatura le parole, snatura la realtà – degrada ogni possibile naturalezza dei sentimenti. Bisogna essere intransigenti con l’uso delle parole e molto acquiescenti con ciò che può accadere tanto meglio nel silenzio.
La parola è manifestazione onerosa, di solito sono più i costi che i profitti volendo forzarla. Ho notato che se parli troppo a vanvera dei tuoi sentimenti “più sinceri”, finisci col non averne più, e il non sentire più ti porterà a aumentare la dose del vuoto gridato delle parole per mascherarlo. Ovviamente questo lo constato negli altri, non in me – io non fingo mai senza sapere di farlo; se strumentalizzo la parola ai fini della falsità sto creando qualcosa che prima non c’era, non sto coprendomi dietro un dito – io non inganno nessuno, neppure me. La parola è la marca da bollo della carta libera della mente immersa fino all’istante prima nella tirannia radicale, primitiva e lecita del silenzio – “meglio che tacere non c’è”, a parte il nominare non invano le cose col loro nome. Per dissentire, si parla. Parlare per assentire è una funzione superflua della lingua”.
Aldo Busi
Sodomie in corpo 11

Infrango la regola che mi ero imposto di non usare il blog per pubblicare lunghe citazioni altrui perché questa eccezione ha molto a che fare su quanto scritto in questo spazio nel 2009. Riporto questo stralcio di Busi perchè è di una lucidità regale, di una densità assoluta e di uno spessore intellettuale fuori norma tanto da risultare, penso, disturbante ai masticatori delle ipocrisie buoniste correnti, se non, addirittura, provocatorio (che è ciò che si dice delle verità quando le riconosciamo come tali ma non siamo abbastanza coraggiosi per affrontarle con serietà accettarle e quindi le disinneschiamo spingendole nel limbo delle presunte provocazioni).
Un promemoria dove c’è veramente tutto e nulla deve giungere il modesto blogger in perenne crisi comunicativa e in loop di fastidio per gli sproloqui 2.0.
Insomma, merita attenta riflessione. Quanto meno la mia.

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