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Cronaca di comparse cadute in dissolvenza cronica per sfuggire al finale della storia

7 dicembre 2009

…conoscevo il finale della storia.
In verità mi era noto anche l’inizio e avevo sentore dell’intero decorso, quantomeno a spanne. Questo non deponeva per la sua originalità ma per inclinazione naif mi sentivo in sintonia con una storia che cominciava da baratri acuti per schiantarsi in dissolvenze croniche.
Una storia disossata di istinti estintivi e sentimenti manicomiali, senza personaggi e senza trama. Una storia che viveva di vita propria senza la necessità di credibili intralci narrativi che di solito adducono pretese di esistenza. Gli accadimenti si affastellavano tragici ma senza nessun dramma o pathos che non fosse banale costruzione umana.
Non c’era narrazione perché non accadeva nulla, non pensiero, non azione. Il pensiero non era azionato, l’azione non era pensata. Era solo trascinamento, flusso indiretto e condizionato, per questo il racconto sarebbe stato solo un compromesso dovuto a qualche tendenza innata all’adagio estetico rintracciabile nella biografia del narratore.
Non è questione di riverberi euforici, sinottici, ingannevoli come serotonina a tradimento. Il nucleo della comprensione delle dinamiche narrative si nascondeva nella latenza strisciante di mali non localizzabili che erano solo il sintomo di ciò che doveva concretizzarsi come il fulcro di quel segmento di universo: l’abbandono. Una bestia strana, feroce da neonata, quieta nello sviluppo, che danza selvaggia, fiera suprema consapevole del proprio magnetismo assorbente. Il personaggio abbandona la storia, fa abiura di sé, fa autodafé, immola la sua esistenza narrativa per la sola ebbrezza di essere fuori controllo, un nulla, ma fuori controllo. Un post-storia non conoscibile,non consegnabile alla memoria dei posteri ma, proprio per questo, sensato. Come avrebbero potuto fare Rosencrantz e Guildenstern.
Trasformare l’eroe in comparsa muta che sgattaiola dalle quinte per cercarsi una sua tragedia a cui immolarsi. Non resistenza, non eroismo, nulla scalfisce la storia che prosegue sostituendo l’assenza alla presenza del abdicato protagonista. Esse, ti, o, pi: il demiurgo lo può dire quando vuole. Il corso degli eventi diventa strada di sangue, viale di sottile crudeltà, il corso degli eventi non si può destabilizzare perché l’assenza può essere ottimo melò, perché l’assenza è una presenza, un vuoto può essere protagonista esattamente come il buio sul palco non impedisce la declamazione alla voce narrante onnisciente. Il corso degli eventi ha la sua vendetta sui prometei di plastica sotto forma di assassinio silente e civile. Oppure lottare invisibili nella storia, inconsapevoli di essere trasparenti anche sotto i riflettori, ectoplasmi dentro, fuori e intorno. Voglie intrappolate e vaporizzate nella recitazione im-personale del deus ex machina nelle vesti di gala della voce fuori campo. Così le im-persone hanno tutto quello che sono, sfogliando fotografie, rincorrendo fantasmi, cullando desideri cannibali che sono impedimenti e quindi appetibili. Non storie, binari obbligati fatti di vergogna su incomprensione, odio sotto debolezza, intralci a lato di cadute.
I non-personaggi collocati in nessun luogo, in nessuna era particolare, spostavano i limiti solo per vedere quanto era facile cadere e dimostrare che è scontato scomparire rovinando sui propri principi. Bisognava sussurrare l’altrui nome per tastare l’udito, brandendo a sorpresa uno specchio per svelare la deformità celata del mostro. Ascoltare, ascendere, capire. Nella storia alcuni devono avere ragione, altri torto, alcuni hanno in eredità il ruolo di buono, altri di cattivo ma è solo la tombola di un grottesco copione biologico. Ammutolire, discendere, ma sempre capire.
La maggioranza delle vite sembra letteratura scadente, intrecci sbiaditi, incroci scontati, dinamiche che si dissolvono veloci nella memoria… trovatevi uno sceneggiatore di talento.
Per non dover dire, fin dall’inizio, conoscevo il finale della storia…

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