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Se non puoi amarli, distruggi i tuoi idoli – Diario di viaggio

3 dicembre 2009

Davanti e dietro solo deserto elettrificato, tavola nera nutrice dei colori. Soprattutto (sopra a tutto) l’odore di gasolio su questo asfalto trans-desertico, ai fianchi nulla, me compreso, se non odori importati ma ormai adottati come tradizionali.
La strada striscia dritta, sempre, e, senza volerlo, taglia la realtà. Qui non c’è nulla e quindi posso trovare ogni cosa. Finalmente smetto di essere qualcosa per riconoscermi in quello che non sono.
La sabbia è colore irrefrenabile adagiato sotto un’aria che è capezzolo che allatta. La tavolozza è totale e si irradia su sfumature senza regole.
Ascolto, si avverte il battito che urla dalla roccia che ha vinto il Tempo. La pietra domina lo spazio e la vittoria dello scenario sulla scena. Puoi respirare in infinitesimi mentre tutto rimane statico ma mutante mentre precipita scalciando nel prisma di luce. La strada congiunge due nulla, confusa in un orizzonte che non esiste neanche se socchiudi gli occhi e lasci che tutto sia avvolto dalle fiamme della distorsione ottica e termica. Intorno, da qualche parte, così dicono, vive un popolo di rifugiati, sradicati per essere radicali. Il deserto è una metafora talmente sfacciata da essere banale e tutte le paure che si ammucchiano ai piedi dell’arsura della pista ne sono solo una conferma scontata.
Non serve fare domande perché non puoi capire. Desidero restare anche se capisco che non è la mia dimensione, insieme lo odio e lo adoro perché questa Bellezza non ci salverà, sarà solo rimpianto.

I mercanti scintillano trincerati tra profumi che avvolgono le prede mentre mi scivola accanto una fiumana diversa e lo straniero finalmente sono io, spirito pallido che ondeggia su una terra brunita.
Non ho più passato di fronte il rispecchiamento di suoni che non ri-conoscerò mai. I volti sono cordiali dietro gli inni di guerra che fanno da colonna sonora a un immaginario militante, inquietante, che pervade una terra che è sponda e falso rifugio. La propaganda cancella le prime tracce dell’Uomo mentre si scompare divorati da richiami che sono spacciati per interiori o forse superiori. Su un lato le ferite, sull’altro i pensieri anestetizzati, sullo schermo la morte eppure è sempre vita nei sorrisi inconsapevoli dei cuccioli. Ora noi siamo tutti morti e non ci interessa, gli Idoli bruciano e non lo vediamo, consapevoli nella finzione.
Il cielo spezzato corre in senso contrario all’invito alla preghiera, nenia angosciante nel giorno del gaudio, prologo feroce della vestizione a festa.

Habibi, senti il battito?”.
“Non sento niente, solo il deserto”.
“Allora senti tutto, habibi”.
La bandiera si ripete esattamente come le spezie, costanti punti cardinali di un peregrinare lieve, giro e svolto, ma sono sempre nello stesso posto mentre il Carro brilla nella volta celeste come non l’avevo visto mai. Qui vivo un tramonto di candele che il vento non riesce a spegnere, un tramonto che è un illusione in ritardo, un planetario di Universo che è infinito e non riesco a credere essere un manufatto umano.
Tossisco nella kefiah, ci sono solo uomini e polli, welcome, sei un corpo estraneo. Ma sei almeno un corpo?
Le emozioni tremolano come candele e fanno meno luce di quello che preventivavo, lumini in un silenzio coartato che non può essere immortalato ma solo percepito.
Ma ancora è la strada, dritta e senza svolte, in cui non ci si può perdere e in cui non sono concesse deviazioni, cammino segnato che corre avvolgendosi su bande nere, forse più avanti c’è un confine, ma prima sorridono i mitra e le divise, volti distesi come le foto del monarca, in un culto della personalità a cui nessuno sembra interessarsi rassegnati a una umanità dimidiata.

Mi svuoto in un freddo orientale, qui, proprio qui, dove l’Occidente è cura, placebo e contagio.
Sono vinto, quello che pensi di aver capito scompare come ogni cosa nel deserto, è solo questione di tempo. Sorvoliamo la terra arsa è tutto riprende le distanze solite, tutto torna lontano, per primo io, l’aereo devia per la Luna mentre sotto gli idoli bruciano. Presto le loro ceneri saranno inghiottite dal deserto, è solo questione di tempo.
Come fu che scomparvi?

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  1. 6 luglio 2010 alle 06:10
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