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La Supina Tragedia: esercizio di invettiva misantropa

3 novembre 2009

Potrei distruggere tutto se solo volessi. Ma non volli. Con un decimo di verità si potrebbe devastare ogni cosa, ogni sicurezza, ogni pietosa costruzione di socialità. Si potrebbe rinunciare al sipario dell’ipocrisia, al quieto vivere, alla pace imposta dalle reciproche debolezza. Si potrebbe ma sarebbe scomodo. Forse, viceversa, sarebbe solo rancore, solo vendetta, solo esclusione, solo frustrazione misantropa. E sia. Non ci saranno strali distruttivi sul nulla di antropoidi, sbavanti, striscianti, parlanti.
Agglomerati di illusioni fondate sul sentito dire, illusionisti di se stessi che per non accettare l’infelicità si aggrappano al vuoto di filosofie spicce, superstizioni pseudo-religiose, vitalismo d’accatto, proselitismo del vacuo blaterale, del chiacchiericcio apodittico, delle affermazioni indimostrabili, delle esposizioni pedestri, della massime fruste, delle banalità lustrate ed esposte senza pudore ma solo con orgoglio malato. Massa neghittosa alla comprensione del reale, pedoni logori aspiranti al regno noncuranti dell’assurdità del proferito, contenti di sillogismi deboli e trascurati, senza spirito critico, senza capacità interpretativa, beoti imbevuti di stracci di cultura altrui, insozzatori degradati di una non-umanità terminale, boccheggiante: inguardabile, illeggibile, inascoltabile. Buonisti dozzinali, compiaciuti dalla propria pochezza mentale, fieri della loro melassa qualunquista, cresciuti nel mito di un diabete coatto, fasullo come i pensieri in cui credono di credere, vuoti come i contenitori televisivi della domenica pomeriggio, retori di banalità inconsapevole e incontrollabile, nauseanti in una presunta semplicità che è solo impalpabilità. Grassatori che lodano l’abbondanza, inneggianti alla bellezza e alla felicità, peccato che è solo la propria, orrore anti-etico, monumento babelico di egoismo infinito, universo di grettezza venduta come positività. Solo fiato sprecato in inni marcescenti a una pestilenza confusa per dolce salvezza, dispensando ragionamenti negligenti e imperiti che sono solo una semina di danno. Espansivi asociali con uno specchio perpetuamente piazzato davanti, logorroici nel furto delle idee, narcisi pezzenti in divina adorazione della propria persona, belli, buoni e perfetti, savi consiglieri, retti probiviri e geniali navigatori delle umane vicende. Umani, teneri, comprensivi, tolleranti, sensibili mostri.

Vanesi museali che espongono pedigree grossolani con bugie da fotoromanzo, falliti che trovano successi nelle loro teste, bugiardi che credono alle proprie fole. Uomini nuovi in design di perfezione vaganti tremoli e sporchi di zolfo nell’empireo dei beati, mentelucida e fortebraccio, è un onore essere gonzi alla corte adulatoria. Nominati alla santità, ascesi alla gloria, fantasticatori e mistificatori di un onanismo d’anima compulsivo che è solo ripetuta ammissione di debolezza. Seduttori virtuali strangolati da solitudini reali, penosi, patetici, squallidi, insulsi, indegni di proferire parola. Grevi nel loro stesso porsi, negletti al buon gusto, odiosi nel non comprendere la loro stessa natura artificiale in un esplicito doppio fine fastidioso perché spacciato per velato. Idolatri della macchina-corpo, meccanicisti di istinti dopati, ignoranti-omne animal, collezionisti di tristezze, cultori della tassidermia di sicurezze, archivisti di frustrazioni in asettiche joy division.

Il trionfo delle promesse dei vermi, il dolo di una vendita di oggetto che non esiste. Un magma apologetico sinuoso come il cancro nel corpo sano, viscido come la sanguisuga in caccia nella palude. Spacciatori di menzogne a fin di bene, certo, ma esiziali. Accumulanti montagne di inganni, semplificazioni di ciò che hanno mal interpretato, mal letto, mal visto, mal sentito, mal capito. Posseduti dal sacro fuoco della felicità di plastica, in preda a deliri consumisti travestiti da bisogni essenziali. Lupi zoppi e laceri, travestiti da pecore improbabili, lupi che neanche sanno chi è Hobbes, lupi che, incapaci di accettare la propria ferocia, si auto-convincono di non gradire la carne mentre spolpano le ultime carcasse. Lupi che cercano un branco in cui primeggiare ma che fanno intendere di voler creare una comune. Macellai che sono macellati, vittime che sono carnefici mascherati da vittime. Privi di desideri se non quelli raccattati dal brodo sociale, svuotati di finalità se non quelli bestiali. Turba infame, fiera di aver abdicato ogni idealità che non sia allegro slogan inconcludente. Olocausti mentali, spianano la strada all’Armageddon finale, la distruzione di ogni traccia di umanità, loro che si sentono i migliori, la élite sentimentale di una società brulla.

Sono i cavalieri di una apocalisse priva di grandezza e tragicità, una fine squallida e senza dignità,una discesa continua nell’abisso del degrado, una devastazione globale di vuoto superbo, gonfaloni di assurdità spacciate per dogmi. Si sentono sensibili senza capire che sono sensazioni-fiction e romanzate, burattini di altrui piani umani, banalizzatori tragici, ridicoli volgarizzatori. Sono solo imitatori deboli, ventriloqui di un pensiero che non comprendono, sono il seme della distruzione, campioni dell’aridità, dello scialo della vita.
Non c’è più un cazzo di futuro, se lo sono ingoiato per sputarlo in truffa semantica, in un teatro di emotività aliena, in una sterile e vaga riproposizione di concetti mai compresi. Tutto quello che credete essere vostra profonda intimità non è vostro, tutto quello che vi siete auto imposti di considerare vero è falso, tutto ciò che sentite, dite, scrivete, digitate, pensate è finto. Forza, un’ulteriore sorriso sforzato, l’ennesimo incoraggiamento fradicio di ottimismo: non siete mai esistiti ed è tardi per cominciare ora. Bisogna solo che iniziate a scavare, la respirazione non è vita.
I prefer masturbation”.

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