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Parata di mostri e mostrine fatue

28 ottobre 2009

I – L’essenza di appunti distanti

Non ci sono più eppure c’ero. Ci sono archivi di dolore che lo possono attestare, lo possono giurare su tutti i giorni scomparsi nel nulla di ripetute azioni quotidiane. Ci sono guardiani fedeli che moriranno senza ammettere a se stessi di non avere padrone.

Sono lontano da tutti i miei discorsi, distaccato senza rimpianti, assente da me stesso. Deprivato di ogni cosa. Inspiro, espiro ma non me ne accorgo. Non me ne importa. Non mi importa di nulla, non mi importa di 6 miliardi di persone, non mi importa di un pianeta e questo non mi fa provare rimorso. Non me ne sono accorto eppure ho lasciato tutto, sono salpato senza aver mai posseduto una rotta.
Mi alzo, cammino un po’ e ci sono manifesti che mi sorridono. Sono consolanti, così naturali nella loro artificialità, la cosa più umana del mio orizzonte, quel senso di umanità photoshoppata mi convince sempre di più. Mi ricordo che ieri dicevo domani quindi immagino che domani dirò oggi. Quante vigilie, ogni giorno ha la sua valigia carica di pesi che non hanno materia, sai che non devi, eppure apri e guardi sapendo esattamente che quello che vedi non è lì ma bruciato sulle retine. E non serve dire di più.
Cercavo bugie più convincenti di quelle che hanno retto la baracca in 4000 anni. Ora i profeti non lo dicono più, le seconde venute sono già terze e nessuno riesce a spiegarmi chi ha creato il creatore. Mentre scivolavo in fantasie filosofiche sentivo che si rigeneravano nuove galassie, infiniti spazi senza suoni, senza echi nè rimbalzi. E terze follie rassicurano le mie, e altrui voragini colmano le mie.
Ho visto meccanismi usurarsi senza consapevolezza del tempo e io non avevo tempo di cercare tempo e non avevo spazio per ritagliare lo spazio e non avevo me stesso per definire me stesso. Ma, incredibilmente, ogni cosa scorreva indipendentemente. Senza dipendere dal mio pensiero o dalle mie azioni il metro di platino conservava i suoi 100 cm, fiero di essere paragone di se stesso e falangi di lancette ruotavano asincrone ma compatte, ogni miliardesimo di secondo una lancetta taglia l’aria opponendosi alla stasi della fine dei tempi. Intere biosfere sfogavano vitalità ignare delle mie coordinate.
Tutto oltre il mio scibile e senza la mia approvazione. Fuori dal mio controllo tutto, anch’io.

II – Vigilie di ieri

Oggi è la vigilia. Oggi è la vigilia di domani, è domani è un giorno speciale perchè, almeno, non è oggi. Domani è il giorno assoluto. Oggi è la vigilia del nulla. Lo sarà anche dopodomani e il giorno dopo ancora.
E’ sempre la vigilia di quello che non accadrà mai. La vigilia della felicità, l’attesa del cambiamento che non ci sarà. La naturale distrofia delle illusioni. Vigilando su un futuro che si vuole non abbastanza per realizzarsi.
Oggi è la vigilia, domani è anche la vigilia. La vigilia invano, l’attesa di un’altra valanga di frammenti inutili e velleitari. La vigilia di una speranza, la vigilia di un fallimento, la vigilia di una perdita che nella vigilia ha le fogge della vittoria, perchè la vigilia è sempre invitta e l’attesa non ha cadute.
Quanto profondo può essere un respiro? Quanto può coinvolgerti e con te l’intero universo? Questo è il respiro che tracima in ogni dove, il fiato senza parole che tutto può e nulla conclude. L’aria inflessa nel calendario che ripete ottuso la stessa vigilia. Respiri profondo perchè manca l’aria e l’apnea rende tutto limpido. Sono i giorni di un’assenza completa, un’assenza al mondo senza proteste, senza rimpianti, senza ferite.
E’ il momento della distanza che protegge e dissangue. Distanza da tutto e tutti, anche se stessi. Perchè “ciò che deve essere sarà”.
Disarmato dalle parole striscio con l’orgoglio dell’alieno disperato e talentuoso. Un buon risultato è la fine delle celebrazione, degli osanna allo specchio, al vuoto che ha preso il posto dei progetti. Dirottati da falangi senza direzione. E la musica suona ma è il mio suono non quello dei celebranti. Gli officianti hanno progettato architetture grandiose. Monumentali prodezze che sono estensioni di ego mai transitati nel fango dell’età adulta. Sofisticate teorie accoglieranno masse ingombranti in recinti larghi, lunghi e vuoti. Ma gli officianti avranno la loro gloria imperitura e i libri di storia verranno riscritti sostituendo ai fatti i desideri psicolabili di ingannevoli shogun.

III – Morsetti di arroganza

C’è un posto affogato in cui le persone scrivono per essere lette ma senza aver voglia di leggere, c’è un luogo vuoto dove le persone parlano per aver attenzione ma senza desiderio di donare ascolto. Esiste un’atmosfera senza ossigeno e senza vita dove tutti fingono con tutti, fingendo interesse per un mondo che si riduce a se. Soldatini premurosi che vogliono salvare il mondo sulla base della propria presunzione.
Ogni giorni fiotti di morsine, fonti inesauribili di vuoto sgorgano libere in un mare inquinato da retropensieri, Tutto è puro in un mondo di regole false.
A tradimento oggi è di nuovo la vigilia di mostrine invano, di ulteriori tentativi insulsi. Sillabe vane per mostrine inette che nel loro stesso declamarsi negano se stesse.
Mostrine inutili, ultronee, vane.
Mostrine che non convincono, che non curano, che non salvano, che non purificano, che non aiutano, che non arricchiscono, che non influiscono. Solo morsetti fatui, trastulli frivoli. Mostrine che non curano il cancro che divora le viscere, mostrine che non impediscono il salto dell’ultimo gesto, mostrine che non tengono unite le famiglie, mostrine che non evitano la guerra, mostrine che non sfamano gli affamati, mostrine che non consolano gli anfratti delle anime, mostrine che non portano alla fede, mostrine che non confondono Thanatos, mostrine che sono scudo di carta contro il ferro del dolore.
Mostrine che tutti vogliono appuntarsi al petto. Infiniti generali vanagloriosi camminano deformi sotto il peso dei loro adorati idoli. Infinite e improbabili, innumerevoli da tagliare il respiro, piegare il petto, stritolare i polmoni. Eppure così lucenti, brillanti di gloria imperitura. Solennemente concesse da chi le sfoggia. Affastellate, banali e ripetute da non distinguersi l’una dalle altre.
Nell’orgoglio di medaglie velleitarie marciano i bulli che piagano l’umanità convinti di salvare l’umanità con il candore cupo della loro luce immaginaria. Che rendono deserti le foreste con la garrula convinzione di essere fertili.
La carità è comoda e le coscienze si anestetizzano di bontà preconfezionate, mal digerite e rigurgitate con sobria attenzione pubblica.
E, come sempre, sarà auto-assoluzione. J’accuse il mondo, innocenti e puri senza mai essere causa dei problemi, senza mai avere torti, immacolati bocche della verità che scordaste che “si fa fede solo contro se stessi, mai a favore”. Ma state quieti, il Dio-osmosi alla vostra destra vi perdonerà in udienza privata, liberi tutti!

IV – Logomachia disarmata

Sommersi dalla quotidiana dose di buon senso, sanissimi suggerimenti di non crucciarsi. Considerazioni equilibrate sul transeunte scorrere del dolore.
Già. Perchè chi ne ha assaggiato una goccia pensa di saper trangugiare l’oceano.
In un labirinto autoreferenziale senza uscita e voci, voci, voci.
Consigli, opinioni, suggerimenti.
Un nulla vocale, infinito, insensato, inutile.
Quanto inutile ottimismo senza disciplina, senza rigore, senza giustificazione.
Le persone si sentono meglio quando vedono soffrire, è di consolazione ai loro patemi che non hanno neanche il coraggio di ammettere o non hanno l’intelletto di capire. Inconsciamente si sentono rinfrancate dall’esserne fuori e la finta consolazione non è che un altro modo per riaffermare a se stessi la propria estraneità a quel dolore.
Chiunque si riconosce vuol dire che c’è dentro e non colpa mia ma sua, chiunque si offende vi si riflette e può biasimare solo se stesso e non altri.
Infine, parlare. Questo consigliamo i sordi. Come se ci fosse qualcosa da declamare, da insegnare, da perpetuare.
Condividere. Come se ci fosse qualcosa di non consumato collettivamente.
Io mi sono disarmato come fosse l’agognato Orrore è invece è solo noia e non c’è replica.
Necesse concludere con un appello, un “stringiamoci a coorte”, con una petizione o una candela accesa. Il cerimoniale si completa prima di tornare alla propria comoda strafottenza. Lode a chi si alza ogni giorno con la coscienza nuova di zecca, immacolata e indeformabile, indistruttibile perchè senza sostanza. Ma tutte queste verità mai collaudate non vi pesano in tasca?

V – P.Q.M.

Quanta paranoia abnorme, quanti sprecati aggravamenti deformi.
Mi contraddico per scrivere che non scrivo e non scrivo per non contraddirmi, non scrivo perchè non voglio leggere, non parlo perchè non voglio ascoltare, non faccio finta perchè la verità è solo il precipitato delle menzogne.
Non c’è un significato ma rimane qualcosa lieve che sale in alto, senza fine.

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