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Crolli lucidi

26 settembre 2009

Eccoli i crolli lucidi in un paese di ombre. In questo grigio diffuso gli incubi sono solo punizioni che ci infliggiamo per cattiveria. Stringimi adesso perché non penso che non ne avrai più la possibilità. Proprio adesso che mi cospargo di pentimento e provo una imprevedibile pena per me stesso capisco che nessuno conosce nulla solo per difesa. Una prigionia può diventare il modo migliore per conoscere se stessi così come un cervello oberato e oppresso magari trova sfogo in qualche barlume di creatività laterale.

Ma adesso pare che non ci sia più nulla da fare, che le cose seguiranno il loro corso di tragedia per punire i nostri errori, i nostri ritardi. Ora potrai anche urlare, maledirti, prometterti il suicidio. Lo farai ma saprai che sarà tutto inutile.

Allora ti metti in ascolto ma il mondo sembra silenziato, in muta attesa di giudicarti e umiliarti. Lui ha le sue ragioni, tu hai le tue, se devi perdere, perderai. Forse ti eri illuso di sapere cosa provavi e invece era il solito inganno, anche un po’ ottuso per la verità, ma così terribilmente soddisfacente.

Crollare perché da un buco non si può scappare, crollare perché il coltello non riesce a scavare la ferita.Arriverà un’altra mattina di forza e un’altra sera di scoramento, ci saranno clessidre che si consumeranno lentamente e tutti i secondi saranno granelli di sabbia che ingolferanno le tue capacità celebrali. A ogni passo, ogni schifoso passo, sarà quello che sembrerà inevitabile per la caduta. E invece no, ci saranno passi su passi, tutti incerti, penosi e sgraziati ma l’abisso sembrerà non avere necessità di assorbirti. Quanto sarà vano lamentarti di questo rigetto, quanto inutile fiato sporcato di nicotina.

L’eremo sembrava spopolarsi perché qualunque traccia di umanità pareva irridere alla tua mancanza di materia umana anche perché ora avevi solo bisogno degli occhi per non accorgerti di nulla, delle orecchie per sprofondare nel silenzio, della bocca per aspirare fumo. L’ennesimo elogio sul buttarsi via si lamentavano dal fondo, invece era solo sangue per dimostrare di appartenere, era solo sangue che provava la capacità di dissanguarsi per un nulla, per la coerenza ai propri incubi o per la voglia di crollare invisibile alla pietà.

Hai mai pensato che prima muori e poi vivi, che il tempo scorre al contrario e gioca sempre contro di te. Sì ci hai pensato con il solito sarcasmo indifferente ma ieri notte la morte è venuta a bussarti nel dormiveglia per terrorizzarti e per ricordarti che i tuoi scherzi sono relativi. Manca il fiato, non trovi? Dovrei aprire la finestra per appurare se esiste ancora dell’ossigeno nell’atmosfera. Tanto so bene che l’unico risultato sarà accogliere dei vampiri gelosi del proprio appetito. La prospettiva è un mare di cemento su una prigione che invece è solo cranica, o forse cronico. Ho vissuto un altro addio pronunciato con gelida indifferenza, un altro principio brillantemente difeso, finirà?

Non finirà. Non mi interessa, non mi interessa. Lo ripeterò fino a convincermi, fino a che la testa non finirà di torturarmi. Adesso aspetto le ultime ombre per concludere l’anestesia dei sensi, per sfogare un po’ di ansia, per non credere all’intestino, alla saliva, alle lacrime. Ogni anno muore in dodici mesi, la sua vecchiaia è l’autunno della lentezza e dell’incapacità, della cecità della luce. Ogni anno è vittima di se stesso e muore nei festeggiamenti di una nascita perché è troppo giovane per essere rimpianto. Io invece lo ricorderò. Magari senza parole, per non aggiungermi altro vuoto. Perché è vuoto, perché è causa delle parole, perché è causa del vuoto.

Io lo ripetevo, lo ripetevo sempre, “mondo, sono solo parole”, ma nessuno ci faceva caso. Sono solo parole che non mi appartengono più e quindi le lascio come res nullius in un mondo di lucro.

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