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Tassidermia epilettica di parole (in corpo 14)

21 agosto 2009

E mettiamo il caso che io non volessi più esprimermi?
Sì! In media res!
O che volessi esprimermi con un torrente inarrestabile di parole insensate, semplici impressioni del momento.
Poniamo che volessi scrivere quel cazzo che mi pare trasgredendo tutte le regole che mi sono imposto. Eludendo il buon senso, cancellando l’educazione, disinteressandomi di ogni valutazione del mondo. Immaginiamo che volessi essere rivoluzionario. Poca cosa, in realtà, perché la rivoluzione è un piccolo sforzo mentre si annega dentro i vincoli sociali fatti di canoni espressivi, dogmi del sentire, finzioni di bontà, falsi interessamenti e tutto quello che sapete.

Esprimersi per non esprimere, lanciare e scappare, non rispettare periodicità, non rispondere, non calcolare. Odiare insomma.
Far germogliare un diario di odio, un giornale di umiliazione, un’enciclopedia di ridicolo, mettere alla gogna l’essere spregevole che sono e che non posso fare a meno di essere. Andare oltre la finzione continua e spasmodica. Dire la verità. Oh no!
Massa umana grottesca contorta in ammassi plastici, laocoontici, sessuali, insensati e dementi.
Smorfie insopportabili, paralisi di sorrisi laccati.

Non sono tornato perché non sono mai andato, io ci sono stato, ero muto ma presente, con la mente tribolata, senza scrivere niente. Poi oggi, penso, che non voglio dire qualcosa e lo voglio non dire pubblicamente. Così pensavo che potevo fare un proclama, un manifesto di intento perdenti o qualcos’altro di zoppicante. Alla fine lettere che si scontrano e parole che sciamano ottuse formano solo un intermezzo tra un silenzio e un altro. Questa è solo una migrazione di parole verso un comodo rifugio lontano e caldo. Un nido di sacrificio e disciplina, di isolamento e di speranza coartata.

Poniamo il caso che volessi fare il Marinetti incendiario e fascista. Ipotizziamo di insultare tutto e tutti, non per provocare, non perché mi interessi, non perché serva, ma solo perché mi va.
Se potessi creare un’arte della strafottenza, degli inganni di parole, del minimale fintamente profondo. Se fossi un Dio senza creazione. Se le accademie diventassero dormitori.
Potrei abbandonare i filtri e inquinare le acque. Liberare la violenza solo trattenuta e devastare a colpi di incendi i monumenti, i musei e le opere d’arte. Statica di grandezza. O darmi fuoco, o sputarvi in faccia.

O urlare che sono stanco e schifato, che sono indignato con me stesso, che sono stufo, infelice, frustrato.
Dipingere l’inutilità per poi scolpire la solitudine su antiche mura megalitiche, allontanarmi da tutto e isolarmi nel delirio, nell’onnipotenza e nel deliquio. Un disprezzo universale di dimensioni di una galassia, anni luce di terrore. Mettermi su un piedistallo per ergimi idolo di, quantomeno, me stesso, perché nessun altro conta, perché il mondo è un deserto e l’umanità una fola.

O scomparire, rimpicciolirsi. Essere invisibile, aria e minaccia. Puro pensiero obliato, ricordo sulla tomba, voce di popolo, molecola nell’atmosfera.
Ridicolizzarvi e purgarvi a velocità insostenibili, bestemmiare la propria casa, vendere la propria nazione. Tradire tutto, scappare senza tracce. Fottervi tutti quanti. Per sempre.
E non ci sono motivi, nessuna spiegazione, non c’è una teoria, una costruzione, una filosofia.
Sono solo parole. Vuote. Senza senso ma incatenate. Perdute e mai raccolte. Raccolte e mai capite.

I concetti sono solo ornamentali perché l’espressione è imbalsamata in un rigore denso che non si può varcare o interpretare. Rinunciare al contraddittorio e alla difesa, espungere ogni imperfezione per realizzare la sterilità necessaria a rimanere impersonale, neutro e transeunte all’umanesimo. Abolendo l’introduzione, aborrendo lo svolgimento, deridendo la conclusione. Il muro è sempre più spesso e indifferente ai guaiti e alle fusa. Soffro distanze siderali dalla zeitgeist quindi non posso sottrarmi a un’invasiva perfrigerazione d’anima. Che forse è auspicabile o almeno auspicata.

Non c’è nulla. È una truffa, La gente che ride è una truffa, la gente che piange è una truffa. La parola felicità è una truffa, tu sei una truffa, io sono un artificio. Ogni sillaba è un artificio. Si diceva “sempre” ma era una bugia ben ordita. Ci si protendeva in difesa dell’apertura dei sogni ma si ingannava.
Non c’è nulla se non la propaganda. La vita lo è, come la morte, come l’amore, come l’odio.
Solo una pervicace manipolazione. Non c’è fine o resurrezione. Non esiste reincarnazione e rigenerazione. Solo una morte tetragona. Ogni respiro è un alito di distruzione, ogni battito del cuore è un rintocco della falciatrice.

La gente sa e pensa di sapere, quando ha il dubbio di non sapere se lo fa passare. La gente forse sono le persone ma le persone non esistono, sono solo interferenze esistenziali rispetto all’itinerario tracciato.
Che vi interessi, che lo accettiate, che vi infastidisca. Non conta. Non conta un beneamato nulla. È improcrastinabile.
Il proprio fetore è sempre più accettabile di quello altrui. L’odore nauseabondo di un corpo sociale in putrefazione satura ogni angolo, tutto tracolla tra immondizia, sebo, sudore, vomito, allegro consumo e buone maniere, tutto fermenta sotto UVA implacabili e feroci. Ma splende il sole, le previsioni confortano quando non allarmano, e i bronzi luccicano unti e desiderabili ergendosi apatici sulle noiose morie continentali.
A me non interessa e solo una nota per posteri e per i postumi.

Non sono nulla di quello che si era ipotizzato, se mi inquadrate devio immediatamente. Uno spasmo sgraziato e cambio gabbia. Non sono interpretabile, sono il camaleonte ermafrodita sotto lsd.
Muto. Cambio. Muto. Non parlo. Desquamo butterato. Le coordinate sono sempre uguali ma la rotta non è intercettabile.
Con la delusione costruirò un impero, ogni perdita una vittoria, ogni caduto un urlo ferino di gioia!
Ecco l’eco del silenzio. Voglio solo crogiolarmi e rotolarmi nelle parole che non dovrei dire e unire.
Avevo un angolo che non voglio più, avevo un limite che mi illudeva mostrando confini artificiali.
Illusioni ottiche… sono più vicino, sempre più vicino eppure niente è tangibile. Tremo nei singulti e comprendo che l’infezione è la cura.

Voglio l’inferno ma senza religione, sarà punizione senza redenzione, sarà delitto senza castigo. Distribuisco un vaiolo fornito di specchio. Tutto impunito. Bruceremo i libri, intaglieremo croci, navigheremo sangue. Le cose che non avrebbero dovuto esistere, esisteranno. Le verità scientifiche saranno demolite e rinnegate.
Farò abiura di ogni mia parola scritta, detta e pensata. Sarò l’infame essere trinariciuto che avete sempre sospettato, il delatore, il gelido attentatore, il macellatore di cuccioli.
Ma rassicurante, ovunque nell’impero si ergeranno monumenti alle banalità, alle zone morte del pensiero e al frusto mormorio dei mantra di communis opinio delle persone di buon senso.
Sarà bla bla bla.
Poi ci sarà un revirement epocale. E sarà bla bla – bla bla.
Saranno applausi, applausi, applausi.
Riesco quasi a visualizzarli i visi compiaciuti di coloro che blaterano un non pensiero auto-evidente e sono soddisfatti di non scorgere opposizione, si sentono realizzati e gratificati dalla vittoria senza avversari. Fieri del loro bondage sub-socioculturale.

Ci fosse un’epidemia, una peste che li travolgesse. Ci fosse lutto, carestia, miseria e morte che devastasse i cervelli già morti e non dichiarati. Ci fosse la ricognizione dello stato vegetativo permanente delle masse. Diagramma piatto, piattole espressive, mignatte comunicative, parassiti dell’evoluzione sociale.
Saremmo orgogliosi del nostro ombrello di fronte alla tempesta e non accoglieremo nessuno. Saremmo fieri della mancanza di pietà.
Trionferanno i senza voce, i senza vista, i senza udito. I ponti saranno divelti, le porte murate, i confini minati, le bocche cucite. I nani da giardini saranno elettrificati, liberemo piranha nei laghetti. Adotteremo sanguisughe per la pet-therapy. Abortiremo la democrazia.
Le disabilità emotive saranno gorgo inarrestabile, la bellezza sarà condanna, l’intelligenza sarà un corpo torturato di maschere, machete, falci, mascara e rossetto. Saremo orgogliosamente umiliati dall’organizzazione sistematica dal Golem di un potere ultra legem.

Strappo i francobolli non timbrati, li accumulo, ma non ho nessuno a cui scrivere lettere se non un migliaio di occhi analfabeti e un post da non scrivere, da non pubblicare, da non condividere…
Commenti e non rammenti. Rammendi emozionali sotto mentite spoglie di consolazioni. E si menta! Io mento sempre, sinceramente con mente sincera.
Un calcio alla sedia, l’inchiostro finito (useranno l’immaginazione), tifiamo naufragio, auguriamo estinzione.
Fanculo il mio perbenismo politicamente corretto. Dovrebbe colare sangue, ma un messia impazzito miracola la mia fisiologia per far colare un vino diafano come il mio rancore.
Nessun dialogo con un linguaggio agonizzante.
Penso che non ho altro da aggiungere, da piangere, da piatire, da lamentare e da maledire.
Poco mossi gli altri bacini.
E giustizia per tutti.
Stop.

E, in ogni caso, tutto quanto sopra scritto non ha senso. Non so se si (sa) riesce a capire che non c’è niente da carpire ma non mi importa, in fondo costituisce solo materiale per la psichiatria forense. Si avete ragione, uno stato di malessere ma, sbagliate, non è personale, è statuale. Un obbrobrio da cancellare per 7/15, in modo casuale. Non bello, ma vero e, comunque, era meglio il silenzio.

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