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E che, in fondo, a volte basta il titolo

Non c’è nulla da dire perchè tutto converge sul silenzio.
I messaggi significativi sono stati già spartiti dagli occupanti originari lasciandoci in balia alla noia delle ripetizioni. Tutto si ripete e nessuna glossa è permessa. Devi tacere perchè non sei altro che la somma di ciò che hai ricevuto. Tutto ciò che sei è solo parte di un’alterità ormai diffusa e non più rintracciabile. Ciò che ti è intimo non ti appartiene.

Il buio invoca luce mentre il vuoto reclama il pieno. I nulli lodano i mediocri, la menzogna adula la verità. Nel mentre, le parole rotolano su menti impermeabili e implodono nel loro greto originario. Maledendo il loro essere vane. Bestemmie inutili per i fedeli dei significati addomesticati.
Sentenza su sentenza i sosia prevalgono sull’originale per condurlo al patibolo tra le asserzioni convinte del pubblico pagante.
Sipario, uscita, applausi e poi di nuovo finché il pubblico finisce la sua parte.
Si attiene fanaticamente a quanto previsto dal regista eppure continua a essere convinto che la recita sia sul palco. Concluso il copione, ancora temporeggia perchè l’uscita è minacciosa come la luce negli abissi oceanici.
Fuori, in agguato, il rumore, l’aria, il movimento.

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Categorie:comunicazione Tag:
  1. 14 marzo 2009 alle 18:17

    Do not worry, è tutta arte concettuale… in continuo divenire 😉

  2. 14 marzo 2009 alle 19:01

    “L’astrazione oggi non è più quella della mappa, del doppio, dello specchio o del concetto. La simulazione non è più quella di un territorio, di un essere referenziale o una sostanza. È piuttosto la generazione di modelli di un reale senza origine o realtà: un iperreale. Il territorio non precede più la mappa, né vi sopravvive. […] È la mappa che precede il territorio – precessione dei simulacri – è la mappa che genera il territorio […]. L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equilvalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.” (Simulacres et simulation, Jean Baudrillard). bye.

  3. rom
    15 marzo 2009 alle 07:15

    E che, in che senso?Volevi dire: è che… eccetera?Il titolo può anche bastare, se è chiaro. 🙂Comunque, che basti oppure no, il titolo, i titoli, è quello che sempre di più avviene: la lettura dei soli titoli. Il nostro sguardo, ma anche il nostro ascolto, e pian piano anche gli altri sensi – la nostra percezione tutta, è educata dai mass media a questo. L’identificazione con le parole, il pensiero verbale, poi, ci può portare a forme di alienazione su cui il tuo titolo sui titoli apre una finestra: per esempio, possiamo fare all’amore con dei significati – titoli – invece che con delle persone.

  4. 15 marzo 2009 alle 11:08

    < HREF="http://cristianbelcastro.blogspot.com" REL="nofollow"><>Oggi nel mio blog..il QUIZ DELLA SETTIMANA!<><>ciaoBuona domenica

  5. 15 marzo 2009 alle 11:59

    Se non puoi fare niente che cosa puoi fare? (Koan zen)

  6. 15 marzo 2009 alle 15:27

    Spettacolo.Quanto mi ci ritrovo.Già, è così.Luca

  7. 16 marzo 2009 alle 15:28

    Hai innescato in me un’emicrania ontologica! … mi rollo un pò di alterità impastata con tabacco “socrates” … vediamo se mi passa.

  8. 16 marzo 2009 alle 17:22

    dissento (solo in parte).

  9. 16 marzo 2009 alle 17:29

    Sceneggiatura del mondo d’oggi.

  1. 14 dicembre 2010 alle 08:48

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